Al referendum farò la scelta meno pericolosa

Voterò sì. Pur riconoscendo che entrambi gli schieramenti abbiano delle buone ragioni, sono convinto che questa riforma ci consegnerebbe un sistema istituzionale meno difettoso e soprattutto meno pericoloso di quello che abbiamo oggi.

Per affrontare il merito del referendum nel dettaglio non basterebbe un libro, è quindi illusorio tentare di farlo in una breve riflessione. Mi limito a riassumere la ragione fondamentale della mia decisione, spigando perché alcune delle ragioni avanzate dagli esponenti della campagna del No non mi paiono decisive.

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Tsebelis sulla riforma costituzionale: un riassunto vergato con l’accetta

George Tsebelis, l’autore della celebre teoria dei veto players, ha scritto un saggio sulla riforma del bicameralismo italiano, pubblicato sulla Rivista Italiana di Scienza Politica. Il saggio è in inglese e un po’ ostico per i non addetti ai lavori, ma data la sua rilevanza mi pare opportuno farne un riassunto non tecnico. L’originale si trova qui.
Per la teoria dei veto players il funzionamento di un sistema istituzionale è molto legato al numero degli attori dotati del potere di bloccare l’adozione di una proposta del governo (che in tutte le democrazie contemporanee è l’ispiratore della maggior parte delle proposte di legge, ndr). Il numero dei veto players dipende da quanti sono i partiti rilevanti, e dalle regole che disciplinano i processi decisionali. Nell’attuale sistema italiano il Senato ha poteri di veto su tutte le politiche (e sulla nascita del governo, ndr). Se approvata, la riforma ridurrebbe i poteri del Senato sulla maggior parte delle materie, mantenendo però il bicameralismo simmetrico sulle questioni costituzionali. Questo aspetto, per Tsebelis contraddittorio (un compromesso astorico), causerebbe un aumento della rigidità della Costituzione italiana e non tiene conto dell’esperienza di altri paesi. Continua a leggere Tsebelis sulla riforma costituzionale: un riassunto vergato con l’accetta

Cascina: qualche dato in cerca di analisi

La tornata delle comunali ha mostrato un PD in difficoltà a livello nazionale. Molte sono le sconfitte, che come da tradizione hanno pochi padri. Già dal giorno dopo si è infatti assistito al gioco dello scaricabarile, con poche lodevoli eccezioni.
A me interessa sopratutto il risultato di Cascina, il comune dove sono nato e cresciuto, che è finito in mano alla Lega. Come per tutti gli altri comuni persi, la sconfitta può essere spiegata con un mix di motivazioni nazionali e locali. A livello nazionale si pagano sia la disaffezione verso le forze di governo, fenomeno che si riscontra in molti paesi che soffrono la crisi, sia le difficoltà di uno scenario tripolare in cui il PD a guida renziana non sembra trovarsi a proprio agio. Non è un caso che i maggiori problemi del Partito Democratico si siano avuti al secondo turno, specialmente contro il M5S.
A livello locale, ogni comune fa storia a sé. Prima di cercare di capire cosa non ha funzionato a Cascina, vorrei mettere in fila qualche dato per capire se davvero la sconfitta, come suggerito da qualcuno, possa essere attribuita soltanto alla flessione nazionale.
Per avere qualche indicazione ho raccolto i dati dei comuni sopra i 15.000 abitanti di Toscana ed Emilia-Romagna che sono andati al voto nel 2011 e nel 2016. Sono 12, non molti, ma sufficienti per vedere quanto si è perso in 5 anni nel cuore della zona rossa, quella in cui la fine della geografia elettorale (per citare Diamanti) dovrebbe essee più evidente.
Nel primo grafico si vede che nel 2016 tra i votanti di questi comuni, trattati come un unico collettivo, il PD raccoglie il 31% dei consensi. Cascina è perfettamente in media, con poco più del 30%.

 

voti PD 2016

Le valutazioni si fanno però più severe guardando ai punti percentuali che si sono persi per strada in 5 anni. Cascina fa molto peggio della media (meno 4 punti circa), perdendo ben oltre 11 punti. Peggio fa soltanto Finale Emilia.

Liste PD

 

Vedere i risultati delle liste può essere fuorviante, perché è frequente che i candidati a sindaco si facciano appoggiare da liste civiche che cannibalizzano i voti del PD. Vale allora la pena vedere quanti punti percentuali siano stati persi complessivamente dai candidati a sindaco appoggiati dal Partito Democratico. Se possibile, questo accorgimento peggiora le cose rispetto alla precedente comparazione: Alessio Antonelli ha perso ben oltre venti punti percentuali, crollo che non ha eguali tra i candidati di centrosinistra nei 12 comuni considerati (con la parziale eccezione di Pavullo nel Frignano, unico caso in cui il PD non ha presentato una sua lista autonoma).candidati PD

Tutti questi grafici devono però essere letti insieme. Il PD a Cascina non fa molto peggio che negli altri grandi comuni della zona rossa. Soltanto che dilapida un capitale di consenso che era molto più alto della media. In ogni caso però, l’idea che la sconfitta abbia soltanto cause nazionali sembra non reggere alla prova dei numeri.

Non propongo grafici sull’andamento del ballottaggio, ma c’è un dato in controtendenza con il trend nazionale che rafforza l’idea di alcune specificità locali di cui tenere conto. Vari commentatori hanno fatto notare che al secondo turno il PD ha in genere perso con il M5S, che si è dimostrato capace di raccogliere i voti della destra. Non è quasi mai successo l’opposto: al ballottaggio contro i democratici, la destra non è in genere riuscita a raccogliere i voti pentastellati. A Cascina, al contrario, questo è evidentemente accaduto. Susanna Ceccardi è passata da 5486 a 8897 voti. Anche se avesse mobilitato tutti i suoi elettori del primo turno e conquistato il 100% di quelli di Michele Parrini (1509), avrebbe avuto bisogno di altri 1902 voti, che non possono che provenire dagli elettori a cinque stelle. C’è stato un fortissimo ricompattamento contro l’amministrazione uscente di cui è urgente comprendere le ragioni.

In che direzione? Un invito ai dirigenti del PD pisano

Troppo breve la direzione provinciale del PD per prendere la parola e provare ad abbozzare un’analisi sul partito locale. Dopo le dimissioni di Francesco Nocchi e la decadenza dell’intera segreteria provinciale nessuno dubita che sia necessario ripartire su basi nuove. Le vie tracciate dallo statuto le conosciamo tutti. La prima possibilità è che l’assemblea provinciale riesca a eleggere un nuovo segretario con la maggioranza degli aventi diritto; l’alternativa è che si apra il percorso congressuale.
Francesco si è dimesso, come ha chiarito proprio in direzione, perché alle elezioni regionali ha raccolto un consenso al di sotto delle sue aspettative. Nella stessa occasione ha chiesto alla classe dirigente del partito di non sottrarsi al compito di formulare un giudizio politico sui suoi cinque anni al vertice del coordinamento territoriale, ricordandoci con orgoglio che in questo periodo è cresciuta una nuova leva di amministratori e che molte elezioni sono state vinte. Credo che dovremmo raccogliere l’invito a fare un bilancio sereno del funzionamento del partito in questi cinque anni, cercando di capire le cose che hanno funzionato e quelle che invece non l’hanno fatto.

Veniamo da cinque anni di cosiddetta gestione unitaria, che più modestamente significa che tutte le mozioni congressuali avevano una propria rappresentanza nella segreteria provinciale. Perciò tutti, seppure con gradi diversi, siamo corresponsabili dei successi e degli insuccessi del partito. Bandiamo dal nostro confronto le accuse reciproche, i regolamenti di conti e le rivendicazioni. Se vogliamo aprire una stagione nuova e più feconda, non possiamo prescindere da un confronto collettivo e costruttivo.
Il rischio, non remoto sopratutto se non si percorrerà l’opzione congressuale, è che tutta questa faticosa operazione sia saltata come un’incombenza inutile. Se la preoccupazione di ogni componente sarà solo quella di garantirsi un assetto tollerabile dal punto di vista dell’equilibrio numerico potrebbe nascere una segreteria balneare, poco coesa e senza un mandato preciso oltre quello di cristallizzare i nuovi equilibri e aspettare il prossimo congresso. Sarebbe però una scelta in contrasto con l’esigenza, da più parti dichiarata e drammaticamente necessaria, di tornare ad avere un partito vivo, autorevole e partecipato.

Non perdiamoci di vista

Pippo Civati lascia il PD – Il Post

«Esco dal gruppo del Pd. Per coerenza con quello in cui credo e con il mandato che mi hanno dato gli elettori, non mi sento più di votare la fiducia al governo Renzi. La conseguenza è uscire dal gruppo»

Non so dirvi se sono più sollevato o dispiaciuto per l’uscita di Pippo Civati dal PD. A Pippo voglio bene, e penso che questo passo sia il segno di una sconfitta per lui, per noi che l’abbiamo sostenuto in questi anni, e per Renzi. Scoprii il suo blog tra fine 2008 e inizio 2009, e mi colpì subito la sua freschezza, la capacità di contestare l’establishment del PD, che all’epoca era un po’ diverso da quello attuale, mantenedo una grandissima capacità di fare proposte costruttive, di radunare energie, di dire cose impegnative con il sorriso.

Con lui ho fatto il congresso del 2009, sostenendo Ignazio Marino e le sue proposte di cambiamento per l’Italia. Civati stesso scrisse lunghi pezzi della mozione, che per me rappresenta ancora l’indicazione più brillante di come dovrebbe essere cambiata l’Italia. Al congresso mi ricordo di aver preso tanti applausi. Voti, pochi.

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