We could not: riflessioni su una sconfitta

Il partito democratico si sposta a sinistra ma arretra al centro, perdendo qualcosa rispetto alle sue componenti del 2006. I voti della sinistra arcobaleno vanno invece all’astensione, al PD, all’Italia dei valori e persino. Dall’altra parte il popolo delle libertà perde, poco, a favore della lega e della destra. La lega, il partito più premiato di questo 2008, raccoglie un po’ di scontenti di AN ed in alcune zone del nord fa il pieno di comunisti e verdi. Per finire, l’UDC guadagna qualche voto a sinistra (ex margherita?) ma ne perde di più alla sua destra, ad opera del PdL.

Se questi sono i flussi, le elezioni sono spiegabili in sole due mosse:

  1. tutti partiti perdono qualcosa alla loro destra, compreso il Partito Democratico
  2. alcuni voti della sinistra alternativa hanno fatto il giro di tutto lo spettro politico e sono finiti alla Lega Nord.

Il baricentro della politica italiana di sposta molto a destra, per il collasso della Sinistra Arcobaleno e per l’incapacità del PD di conquistare i voti dei moderati.

Ma perché la magnifica campagna elettorale di Veltroni non ci ha fatto guadagnare un solo voto? Le ragioni sono due, una ha a che fare con i limiti della nostra elaborazione politica, la seconda riguarda un deficit di credibilità che ancora, comprensibilmente, scontiamo. Al ceto popolare, i lavoratori non specializzati e quelli delle imprese sottoposte alla concorrenza straniera, non abbiamo molto da dire. Le nostre parole d’ordine (liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia) sono ascoltate con paura, come fossero minacce, dal vasto gruppo dei “perdenti della globalizzazione”, cioè quella parte del paese che vede peggiorare la propria situazione a causa della sempre più libera e facile circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. Per loro la globalizzazione non comporta un ampliamento delle possibilità di scelta, ma piuttosto una diminuzione del benessere, minacciato da un mercato del lavoro precario e asfittico e da una crescente competizione con gli immigrati per l’accesso ai benefici del welfare.

Questo largo settore dell’elettorato guardava alla sinistra arcobaleno, che è scomparsa dal parlamento perché non ne ha saputo interpretare bisogni e paure. Il Partito democratico sembra costituzionalmente e culturalmente incapace non solo di dare risposte credibili, ma anche di capire e riconoscere questi bisogni come reali.

Al centro non abbiamo sfondato; al contrario, la nostra base di consenso si è probabilmente erosa. Ci siamo presentati con un vestito moderno e attraente, tagliato su misura per gli elettori del ceto medio “riflessivo”. Abbiamo promesso di abbandonare l’egualitarismo per abbracciare la meritocrazia, di non esser più dirigisti ma liberali, decisionisti e non più assembleari. Abbiamo la ricetta giusta per questi elettori, ma non ancora la credibilità per proporla. Il programma del PD è stato scritto da Morando, che fino all’anno scorso era il leader della più piccola delle minoranze dei DS. Come è possibile, si saranno chiesti in molti, una conversione così rapida? Non sarà forse troppo repentina per essere penetrata nelle fondamenta, e non solo nella facciata, di questo partito?

Il partito democratico è fatto di militanti, classe politica locale e nazionale. Gli anni di opposizione che ci attendono chiamano tutti noi ad un grande lavoro comune: sui territorio dobbiamo capire e raccogliere la voce dei cittadini, i bisogni di chi si sente in difficoltà. Mettiamo una regola però: se ad una nostra riunione più di metà della stanza è occupata da professori universitari e funzionari pubblici ci aggiorniamo alla settimana successiva. Per statuto. Nelle città e nelle regioni dove abbiamo responsabilità di governo dobbiamo dimostrare che liberalismo, meritocrazia e capacità decisionale sono virtù che ci appartengono oggi, e non ideali a cui tendere un domani. Alla classe politica nazionale spetta il compito di fare un’opposizione propositiva, dura nella critica e capace di indicare un progetto per questo paese. Un progetto che infonda speranza e sicurezza, che non ignori la paura e la stanchezza del paese ma che gli mostri che la via d’uscita passa dall’unione di legalità e solidarietà.

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