Una lettera da non perdere

giannicuperlo | Il Cannocchiale blog

“Caro Gianni, mi scuso tanto se ti rispondo con tanto ritardo, ma fra esami, lavoro, partito e famiglia è stato veramente un periodo tremendo. Io sono venuta in Italia il 13 dicembre del 1992 insieme a mia mamma e mio fratello, mio padre era già venuto prima per iniziare a lavorare e trovare la casa. I primi anni quanto sono stati difficili! Io anche se bambina, quando sono venuta avevo 6 anni, li ricordo molto bene!

Allora i documenti andavano rinnovati ogni 2 o 3 mesi, con file interminabili alla Questura che partivano dalle 3-4 del mattino. I miei genitori si erano adoperati a fare 2 o 3 lavori, per riuscire a mantenere la famiglia. Come ti ho raccontato i miei genitori provengono entrambi da famiglie abbastanza importanti in Albania, famiglie che avevano un nome e un’autorità notevole, ma chiaramente dal punto di vista economico il regime non permetteva che ci fosse alcun tipo di arricchimento o di proprietà privata, tutto era stato preso dallo stato con la svolta del comunismo. Inoltre c’è un altro fattore che ha molto influito sugli albanesi che sono venuti in Italia, la totale chiusura del paese per oltre 45 anni ha fatto sì che la popolazione vivesse come chiusa in una caverna da cui non era permesso uscire, sembrava che il mondo fosse solo quello descritto dal regime, un regime che ha congelato il paese e la cultura per quattro decenni.

Una volta crollato il regime ed aperte le frontiere l’eccitazione, la sensazione della libertà, il miraggio di una vita migliore, il pericolo causato dalla situazione instabile in cui versava il paese, hanno fatto sì che tanti albanesi si riversassero nei modi più disparati ai confini dell’Italia, paese da sempre considerato vicino ed amico. Ma questa gente non era preparata a trovarsi davanti quello che ha vissuto, era ingenua, mancava di esperienza.

Mio padre è un ingegnere meccanico, conosce perfettamente 4 lingue (oltre all’albanese, russo, inglese e italiano) e ne parla correttamente altre 3 (francese, tedesco e spagnolo). Chiaramente qui non ha fatto un lavoro in cui il suo curriculum fosse valutato per quello che è, perchè la laurea conseguita in Albania non è valida; ha fatto un lavoro da semplice impiegato e solo da 3 anni può fare un lavoro in cui può sfruttare le sue doti come Area Manager per le zone dell’est. Mio padre ha 60 anni, ha preso la cittadinanza il 13 aprile scorso. Mia mandre è laureata in Economia e Commercio, chiaramente anche la sua laurea qui non conta niente, lei figlia del generale dell’Aeronautica Albanese, era stata dirigente dell’azienda idrica di Tirana, è arrivata in Italia e senza tante storie si è adattata a fare qualsiasi lavoro, dalla domestica, alla badante, alla cameriera, vedendosi spesso attaccare in telefono in faccia (sai in quegli anni gli albanesi non godevano di grande fama) e vedendosi spesso trattare da ignorante. Ma quando hai due figli piccoli ed un futuro incerto davanti a te non fai tante storie, ingoi tanti rospi e vai avanti.

Ha fatto tanti di quei sacrifici che le hanno stroncato la schiena (nel vero senso della parola vista la sua ernia al disco) e la salute. Mamma da 10 anni lavora in una concessionaria, in amministrazione, guadagna poco, ma è pur sempre un lavoro che le ha permesso di stare dietro ad un computer, vicino a casa e quindi vicino ai figli. Mia madre non ha ancora la cittadinanza, forse a giugno, forse chissà.

Mio fratello ha 27 anni, quando è venuto in Italia ne aveva 9. Abituato fin da piccolo a badare alla sorella minore perchè i genitori erano al lavoro è sempre stato responsabile e “adulto”. Noi due ci siamo laureati insieme, lui aveva espresso il desiderio di fare l’università, la stessa che piaceva anche a me, e abbiamo iniziato in nostro percorso insieme iscrivendoci il 13 ottobre del 2006 alla facoltà di Scienze Politiche e laureandoci il 14 ottobre 2009, sempre insieme.

Intanto in questi 3 anni non abbiamo solo studiato, lui lavorava come tecnico a tempo indeterminato al telecontrollo per Publiacqua, facendo turni di notte per venire il giorno a lezione, l’aiuto che gli davo io era nel prendere appunti e nel metodo di studio. Poi sempre insieme abbiamo creato con altri colleghi ed amici il gruppo studentesco di cui ti ho parlato, Studenti Democratici, un gruppo aperto a tutte le etnie presenti nell’ateneo, che ha come obiettivo quello di creare una cittadinanza studentesca nel rispetto delle regole, della trasparenza e della legalità.

Il gruppo esiste da quasi 2 anni, alle elezioni studentesche di marzo 2009 ha avuto un buonissimo risultato nonostante la giovane vita e io sono diventata così rappresentate in Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche. Mio fratello continua il lavoro in Publiacqua e si sta guardando intorno per partecipare a dei concorsi pubblici, ora lo può fare, ha presto la cittadinanza il 9 marzo di quest’anno. E ora veniamo a me, qualcosa ti ho raccontato tramite la storia della mia famiglia, ma quello che mi preme spiegarti è il perchè del mio impegno tanto sentito in politica, in università, nel Partito Democratico a Sesto Fiorentino, con i Giovani Democratici.

Vedi il fatto è che quando non hai dei diritti senti di non essere uguale agli altri, senti che te hai qualcosa in meno. Il fatto di non votare per chi ce l’ha come diritto può non voler dire niente, ma una differenza fra me e chi questo diritto ce l’ha c’è, lui sceglie di non votare, a me invece non è permesso. Il fatto di non poter viaggiare liberamente, di non poter partecipare a concorsi o fare il servizio civile,il fatto, e questa è la cosa più pesante, di dover rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno, perchè io per lo Stato Italiano sono una semplice studentessa straniera che è qui per studiare, non una cittadina vissuta e cresciuta qui, che ha studiato qui dalla prima elementare alla laurea, che si è integrata, che parla in dialetto e che si considera cittadina italiana a tutti gli effetti.

Io non posso viaggiare liberamente, se i miei documenti non sono in regola i miei esami in università vengono bloccati e congelati, i miei documenti sanitari devono essere regolarmente aggiornati come la registrazione all’anagrafe, certo sono piccole cose, ma sono cose che dopo un po’ cominciano a pesare. Io ho fatto richiesta per la cittadinanza nello stesso tempo della mia famiglia, ma la logica con cui vengono svolte le pratiche è tutta particolare, così io mi ritrovo extracomunitaria con un padre italiano che mi mantiene in tutto e per tutto, e nonostante la mia istanza di cittadinanza sia al Ministero a Roma da più di 3 anni, ancora non sanno dirmi quanto dovrò aspettare.

Emblematica è stata la battuta fatta da un poliziotto in questura, che forse pensava di alleggerirmi lo stato d’animo e che invece mi ha fatta imbestialire :” ma tanto fai prima a sposarti” e invece no, io mi sposo quando lo dico e io e se lo voglio io, perchè è un desiderio e non una via d’uscita da questa situazione. Io voglio ottenere la cittadinanza perchè ho tutte le caratteristiche e le carte in regola per averla, perchè ho seguito le regole senza scorciatoie.

Certamente anche il luogo in cui vivo, Sesto Fiorentino, ha contribuito moltissimo a formarmi, un luogo dove il diverso non si guarda con paura o disprezzo, ma al contrario gli si tende la mano, lo si ascolta e se possibile si aiuta. E allora ecco il mio impegno in politica, in questo modo cerco di far percepire e di sensibilizzare su un tema tanto attuale ma discusso nel modo più sbagliato e sciagurato, senza competenza né consapevolezza. In questo modo sento che la mia esperienza può servire a qualcosa, che non mi sto avvelenando il fegato per niente, che qualcosa si può fare con impegno, volontà e se ci si crede veramente.

Sono tante le cose che avrei ancora da raccontarti caro Gianni, grazie per avermi espresso il tuo interesse e concesso la tua attenzione, un caro abbraccio, Diana”

2 pensieri su “Una lettera da non perdere”

  1. E pur mi sembra di riviverle alcune righe, ma io penso di essere fortemente critica: una strana apatia che regna, un clima generale di astensione dell’intervento sulla politica, troppe perssone che possono informarsi ma non lo fanno, che sono a conoscenza delle regole ma non le rispettano.
    Il non poter e il non voler sono due fenomeni totalmente diversi. Sul potere le giustificazioni esistono e sono anche ammissibili, sul non volere decisamente no.

    Mi ricordo i primi anni all’università in Italia come anni di immersione nello studio libri, città, cultura, abbitudini.
    Avevo decidere di abbandonare la facoltà di Chimica dove ero la prima studentessa del mio anno e la migliore studentessa da 8 anni, per venire in Italia a studiare Scienze Politiche, tale facoltà non esisteva ancora in nessuna città dell’Albania.
    Trovare un libro di storia che andava oltre il 1950 era per me una sensazione che mi riempiva di una gioia impensabile, affrontavo gli esami con un piacere immenso, studiare per il puro piacere di conoscere, assorbivo velocemente ogni argomento nuovo l’unico elemento che mancava al metodo di studio erano le critiche, mancavano le mie amate essay,le critiche sull’argomento, e allora mi ricordo facevo i seminari su un singolo preciso argomento dello studio. Era bellissima la vita dello studente e anche se i miei amici non capivano tutto di me, ero contenta di aver trovato in loro una sana curiosità e una benevolezza per la quale amavo profondamente questo paese. Mi ricordo un pensiero che mi venne in un giorno di primavera mentre tornavo dall’università il sole lanciava i raggi in mezzo agli alberi e la città sembrava d’orata respirai e sentii me stessa meravigliata: Sto assaporando la Democrazia, la Libertà, e non so come avrei fatto a vivere senza, e non so se i miei genitori mi avrebbero capita, ma sono certa che se fossi stato giovanne in un periodo di dittatura, i miei genitori mi avvrebbero trovata in piazza a manifestare, anche se sola, a protestare a rivendicare la libertà che sto vivendo ora.
    Era il 2001.
    E poi…, e poi…, e poi…, cambio il clima. Il vento della gogna mediatica sugli stranieri criminali sbatteva forte.
    Premetto che ho lavoricchiato da quando avevo 14 anni, aiutavo i miei genitori nella loro attività d’estate, avevo un piccolo stipendio, e la convinzione dei miei genitori di insegnarmi a lavorare poiché il lavoro nobilità l’uomo e rafforza il carattere, rende indipendenti ed esigenti verso se stessi. (Sinceramente lo condivido in pieno e sono grata di questo insegnamento).

    Cominciai a lavorare in Italia, lavori da studentessa:
    Trovai condizioni sconcertanti, imparai che la maggior parte della gente non solo evadeva le tasse, ma pretendeva che in prima persona tu ne fossi l’esecutore e tutto alla luce del sole, tutto questo per me tradotto significava: compiere un atto illegale, e in secondo rendersi complice in un simile atto.
    Ingenuamene mi venne il dubbio: erano a conoscenza gli italiani delle proprie leggi???
    Rimanevo incredula, indubbia se le mie orecchie avevano sentito bene o che fossi presa per una scema, talmente concentrato era l’ammaestramento (cito testuali parole del datore di lavoro) che le mie colleghe italiane cambiavanao totalmente personalità. E non capivo perché non cambiassero lavoro, visto che io non potevo farlo con il permesso per motivi di studio. (le normative dei permessi di soggiorno poi,non ne parliamo)
    Mi sentivo Alice nel paese delle stregonerie, che popolo strano gli italiani con una duplice forte identità, da un lato grandi personalità, intellettuali e professionisti, dall’altro meglio non definire.

    e poi, e poi, e poi volemo le bambole…
    “La straniera”, come dicevi straniera ecco tutti gli sfigati, tutti gli amici 40-enni farfalloni che volevano salvarti dalla miseria, dal sentirti straniera, offrendo ospitalità.

    e poi… e poi… i trucchi e poi… la legge Bossi Fini,
    e poi visitai un’altro stato dell’UE, andai oltre oceano e in mezzo alla metropoli mi misi a piangere perchè non trovavo una ragione valida per la quale noi come popolo come nazione eravamo diventati cosi stranieri a noi stessi, trasformati profondamente, in un paese senza dignità, senza un governo che governasse in modo onesto, noi dobbiamo per avere un visto passare le pene del inferno e quando si ottiene tutte le pene sono nulle, ma quando non si ottiene è una grande perdità di tempo ed economica,piangevo perche per sapere dell’esistenza dei paesi non allineati dovevo leggere in francese, italiano, tedesco o spagnolo, e mi sentivo un individuo a metà almeno tra due nazioni con una cittadinaza che mi rendeva straniera ovvunque anche nella mia stessa patria.
    Difficile è spiegare agli italiani che per quanto io critico la realtà italiana, amo l’Italia profondamente, (se no non mi importerebbe di scrivere due righe con la speranza che l’Italia sia più giudiziosa dell’Albania nello scegliere le personalità adatte per dirigere il paese, per vederlo crescere e credere nell’Italia non dei trucchi ma delle grandi menti, non delle veline e delle escort, ma delle grandi donne di carattere e coraggiose). Vorrei anche io un’Italia libera di esprimersi senza timori, un’Italia proiettata verso il futuro che agisce e non si sente giustificata a non farlo, che prende decisioni importanti e le porta avanti. Un’Italia che non evade e non vive sulle spalle di chi paga le tasse, un’Italia senza mafia, che difende Saviano, ma un’Italia che si fa sentire con mezzi democratici. Un’ Italia sostenitrice dei giovanni. Io sono parte comunque di questa nazione, che io lo condivida o meno, che gli italiani lo desiderino o meno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *