Un discorso lungo/1

La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura.
Ma come, ma perché il Meschi quando soffia nel sassofono incanta e invece quando parla è zimbello di pensieri? Assurdità? Inconcludenze? O per lo meno noi non comprendiamo assolutamente nulla di quello che dice?
Nonostante Anselmo continuò:
“La sua è una musica personale? Composta da lei?”
“No” rispose e il viso continuava ad essere gentile, bello, gli occhi un ruscello di montagna.
“No” aggiunse “questa musica da me suonata è il passato…”
Anselmo si animò: “Bene, benissimo. Mi dica”.
“La lampante verità, ci fu il rimando della parallelistica euclidea, la caritatevole ferocia.”
“Ahimé” sospirò lo psichiatra “Di nuovo la divisione del pensiero. Quante volte l’ho udita! E intanto l’espressione del viso è di uno che possiede la ragione, che parla chiaro, si da dubitare che siamo noi a non avere la chiave”. (…)
Il sassofonista continuava a gettare nell’aria assurdità.
Anselmo ascoltava con amarezza, tutto ovvio, monotona ripetizione, quando il Meschi, guardando con quegli occhi trasparenti, la voce soave, disse con naturalezza:
“Se qualcuno mi aiuta. Se qualcuno mi aiuta, allora si rcompone tutto”.
“Sì, sì” disse Anselmo turbato. “Ma come?”
Il Meschi immediatamente riprese la sconnessione, anzi con più furia zampillarono a vanvera le frasi.
Anselmo lentamente si allontanò. Percorse il corridoio con le tante celle. Erano state dei frati. Quanto silenzio in quelle stanze.
In quel momento il Meschi ricominciò a soffiare nello strumento dalla voce umana
.

Mario Tobino, “Per le antiche scale”

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