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Posts Tagged ‘Ulivo’

Don’t call me rottamatore

12 settembre 2010 Nessun commento

Non mi sento rottamatore di nessuno.
La parola evoca una violenza che non sento mia, ed anche un certo essere sprezzante che non mi appartiene. Credo invece che il PD non abbia saputo rappresentare gli interessi degli esclusi dal welfare e dal mercato del lavoro, che sono soprattutto giovani e che infatti non ci votano manco per errore. E credo che al di là dei loro meriti individuali e collettivi, spesso grandi, la generazione politica del “primo ulivo” non possa raccogliere più consenso di quello che ha raccolto fino ad oggi.
Di tutto questo ho parlato con Mario Lancisi, che mi ha fatto alcune domande per il Tirreno.

Largo ai giovani rottamatori – il Tirreno dal 1997.it » Ricerca

Sognando Prodi. Federico Russo, 30 anni, pisano, fa il consigliere consigliere provinciale del Pd e il ricercatore precario di scienze politiche all’università di Siena (1.200 euro lo stipendio mensile). Prima tessera il Pd: «Mi ha entusiasmato la fase costituente. I partiti che c’erano prima, dai Ds alla Margherita, mi sembravano un po’ espressione di divisioni anacronistiche risalenti a prima del muro di Berlino. Il Pd era invece un soggetto nuovo». In politica il riferimento di Russo, cattolico, è stato Prodi, ma oggi in giro non vede leader della stessa statura: «Bersani? Governerebbe bene, ma non so se vincerebbe. Civati? Beh, lui sarebbe la scelta del cuore. Renzi? Mi suscita sentimenti contrastanti: d’accordo con le sue posizioni, un po’ meno con i modi». La proposta del Nuovo Ulivo? «Non ho sbadigliato, ma la lettera di Bersani a Repubblica ho fatto fatica a leggerla. E di sicuro i miei 50 amici più vicini non l’hanno neppure sfogliata». Rottamazione dell’attuale classe dirigente? «Nessuno va a casa solo perché glielo chiedi. Noi giovani dobbiamo dimostrare di essere capaci più di loro. Questa è la sfida».

Alzati che si sta alzando l’ulivismo popolare

6 febbraio 2010 Nessun commento

Quand’è che l’esistenza di un partito fa bene alla società?
I partiti servono a qualcosa quando rappresentano dei conflitti sociali rilevanti per società: attenzione però, perché una molteplicità di partiti che rappresentano le stesse questioni, che stanno dalla stessa parte su tutti i temi più rilevanti non sono soltanto inutili. Fanno malissimo a se stessi e a tutta la loro area politica, perché competono per lo stesso elettorato. Vi ricorda nulla?
Se teniamo in mente questa considerazione emergono le ragioni che hanno reso indispensabile superare DS e Margherita: quei partiti provenivano da un passato differente, ma con la caduta dell’ideologia comunista le loro soluzioni sul futuro si avvicinavano.
Oggi dovremmo chiederci che cosa divide i referenti sociali di IdV e Sinistra e Libertà da quelli del PD? E che cosa divide tutti questi dai radicali “di sinistra” che non sono andati con Berlusconi. Rappresentiamo davvero spicchi diversi di società? E’ dalla risposta a queste domande che dovrebbe maturare la strategia del centrosinistra futuro, non da considerazioni di breve periodo su convenienze elettorali immediate o sulla compatibilità di tradizioni culturali diverse.
In questi giorni, come fin dall’inizio in realtà, nei corridoi si parla di quanto potrà sopravvivere il PD. Si dice che la fusione tra DS e Margherita non può riuscire perché ci sono abitudini, modi di fare differenti. Ed è vero: ma teniamo bene a mente che questo disagio riguarda alcune migliaia di dirigenti locali e di vecchi militanti dell’una e dell’altra parte. Tendiamo a scambiare la nostra personale insofferenza per come “gli altri” vorrebbero scegliere le candidature o gli organismi del partito con l’esistenza di un progetto politico diverso . E’ l’altra la domanda a cui dobbiamo rispondere.
La mia sensazione è che, come dice Stefano Menichini oggi su Europa, l’accoglienza riservata alle candidature di Vendola e della Bonino (ma anche, incredibile a dirsi, la crescente nostaglia per Prodi) dimostri che l’elettorato di centrosinistra è attraversato da un certo “ulivismo popolare”. Tutti uniti per tutelare l’ambiente, il lavoro, la scuola e la sanità pubblica, la laicità dello stato, la soliderietà verso gli ultimi della società, ovvero le opzioni di fondo che ci dividono dal centrodestra. Possiamo farlo soltanto stando insieme, perché uniti dovremo più sprecare il nostro tempo a differenziarci per questioni di dettaglio e quindi, in definitiva, a parlare di noi stessi (magari lo faremo al congresso, poi basta).
Io era tra quelli convinti che Bersani volesse tornare allo schema partito socialdemocratico più partito cattolico di centro. Schema centro-sinistra col trattino, scriverebbero gli appassionati della questione. Non so se fosse la sua vera intenzione, ma so di molti che l’hanno sostenuto credendolo. Rimango però convinto che la direzione giusta sia quella di un PD che vada da Vendola a Di Pietro. E se proprio non ci riusciamo, evitiamo per lo meno divisioni che capiremmo soltanto noi.

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