Al referendum farò la scelta meno pericolosa

Voterò sì. Pur riconoscendo che entrambi gli schieramenti abbiano delle buone ragioni, sono convinto che questa riforma ci consegnerebbe un sistema istituzionale meno difettoso e soprattutto meno pericoloso di quello che abbiamo oggi.

Per affrontare il merito del referendum nel dettaglio non basterebbe un libro, è quindi illusorio tentare di farlo in una breve riflessione. Mi limito a riassumere la ragione fondamentale della mia decisione, spigando perché alcune delle ragioni avanzate dagli esponenti della campagna del No non mi paiono decisive.

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Tsebelis sulla riforma costituzionale: un riassunto vergato con l’accetta

George Tsebelis, l’autore della celebre teoria dei veto players, ha scritto un saggio sulla riforma del bicameralismo italiano, pubblicato sulla Rivista Italiana di Scienza Politica. Il saggio è in inglese e un po’ ostico per i non addetti ai lavori, ma data la sua rilevanza mi pare opportuno farne un riassunto non tecnico. L’originale si trova qui.
Per la teoria dei veto players il funzionamento di un sistema istituzionale è molto legato al numero degli attori dotati del potere di bloccare l’adozione di una proposta del governo (che in tutte le democrazie contemporanee è l’ispiratore della maggior parte delle proposte di legge, ndr). Il numero dei veto players dipende da quanti sono i partiti rilevanti, e dalle regole che disciplinano i processi decisionali. Nell’attuale sistema italiano il Senato ha poteri di veto su tutte le politiche (e sulla nascita del governo, ndr). Se approvata, la riforma ridurrebbe i poteri del Senato sulla maggior parte delle materie, mantenendo però il bicameralismo simmetrico sulle questioni costituzionali. Questo aspetto, per Tsebelis contraddittorio (un compromesso astorico), causerebbe un aumento della rigidità della Costituzione italiana e non tiene conto dell’esperienza di altri paesi. Continua a leggere Tsebelis sulla riforma costituzionale: un riassunto vergato con l’accetta

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Qualche riflessione sulla Brexit

Proprio ieri, scrivendo che con il mio cuore tifava Remain, ammettevo che la mia ragione fosse invece combattuta. Condivido molte delle preoccupazioni avanzate dall’Economist, la Brexit farà male alla Gran Bretagna e rischia di far esplodere le contraddizioni dell’integrazione europea.
Secondo me da questa crisi si uscirà soltanto in due modi, molto diversi: con il compimento dell’integrazione politica oppure con la dissoluzione dell’UE. Anni di collaborazione alle ricerche sulle élite politiche nazionali coordinate dal team di politologi dell’Università di Siena mi hanno fatto maturare la convinzione che oltremanica si sarebbero sempre opposti a un’integrazione politica più piena. Questo naturalmente può essere visto come un bene o come un male, a seconda delle preferenze di ognuno. Ma comunque la si pensi, la scelta per certi versi tragica degli elettori britannici apre un’opportunità.
Il grafico che riporto qua sotto viene da un sondaggio condotto nel lontano 2009 (prima della crisi quindi) sui parlamentari nazionali di vari stati membri. I risultati di quella ricerca sono stati pubblicati ormai su molti libri e saggi, tra cui questo che ho scritto con Maurizio Cotta. A seconda di molteplici domande rivolte a ogni intervistato, individuammo quattro “tipi” di parlamentare: gli Euro-entusiasti, gli Europeisti moderati, gli Euro-opportunisti e gli Euro-scettici. Nel grafico riporto la percentuale di Euro-scettici per paese. Non vi pare che ci sia un paese che si distacca un po’ troppo dagli altri?

brexit

P.S. Ricerche più recenti segnalano che anche l’Ungheria si è spostata molto verso l’estremo Euro-scettico in questi ultimi anni.

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Verso il referendum costituzionale: una premessa

Quando un referendum si propone di cambiare in modo paradigmatico il funzionamento della nostra democrazia, non si può stare guardare. Non lo consente la stessa Costituzione, che infatti non prevede quorum perché la decisione popolare sia valida, e non lo permette il senso civico. Il dibattito che si sta animando soffre a mio avviso di due grossi difetti. Il primo, è che il voto al referendum sta diventando un giudizio sul governo in carica. È improprio perché, come scrive Emanuele Rossi nel suo saggio dedicato al tema, i governi passano e le costituzioni rimangono. Sarebbe più saggio attenersi al merito. Il secondo limite è che, anche a volerlo fare, il merito è complesso anche per gli addetti ai lavori. Scrive Stefano Ceccanti, citando Duverger, che bisogna combinare diritto e scienza politica per cercare di capire gli effetti che potrebbero avere innovazioni su cui ci apprestiamo a votare.

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