La solfa della ribellione è una stronzata | Marco Simoni
Una delle ragioni fondamentali del fatto che in Italia i giovani stanno male, per essere sintetici, poi certo ci sono le eccezioni, ed hanno una prospettiva meno rosea di quella dei propri genitori all’età loro, è che l’economia italiana non cresce. Non cresce, e quindi ci sono meno posti di lavoro. Ci sono meno posti di lavoro e quindi per ogni posto ci sono cinquanta candidati e il salario, e le condizioni di lavoro di quello che effettivamente prende il posto sono peggiori. Il lavoro gratis all’università e negli studi professionali, il praticantato sfruttato, non sono una novità. La novità è la loro estensione e il fatto che non finiscono mai. E la ragione principale di questo è che l’economia è ferma da venti anni. E una delle ragioni principi di questa stagnazione è il debito pubblico enorme, galattico, esagerato, che l’Italia ha accumulato negli anni ‘80, per cui non c’è una lira per fare nulla: non c’è una lira per la metropolitana in più che serve, non c’è una lira per la ricerca, non c’è una lira per un nuovo piano di investimenti nella green economy, non c’è una lira. Poi, non è esattamente così, nel senso che una politica economica migliore potrebbe anche essere fatta. Ma non attraverso la creatività che finora ha dimostrato la classe politica. Ma anche questo è un altro discorso e un altro dibattito.

Dal generale al particolare, dal particolare al generale. Con qualsiasi ottica si guardi il problema, la sua drammaticità è evidente a tutte le persone di buon senso. Governo escluso, ça va sans dire.
I giovani di questo benedetto paese sono alla fame.
Non lavorano, se lavorano lo fanno al nero o a 500 euro al mese.
E si resta “giovani” fino a più di trent’anni.
La storia che segnala Severgnini oggi è esemplare:
Italians – Corriere della Sera
Magari avete visto anche la lettera al “Corriere” di una giovane avvocata (anonima e pentita): a 27 anni prende 500 euro al mese, e ammette di essere fortunata. Almeno la pagano, e non la piazzano a fare fotocopie & caffè, come tanti colleghi coetanei.
Ma se si passa dal particolare al generale la situazione non migliora, anzi:
Disoccupazione all’8,5%, massimo dal 2003 senza lavoro quasi un terzo dei giovani – Repubblica.it
Particolarmente preoccupante il dato sui giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni: sono disoccupati il 27,9% e in questo caso si tratta del massimo dal secondo trimestre del 1999.
Più di un giovane su quattro è disoccupato. Ripetetelo lentamente, perché a volte i numeri vanno masticati un po’ prima che rilascino il loro vero significato.
Più-di-uno-su-quattro.
Quei ragazzi che lavorano occasionalmente e quelli regolarmente sfruttati a 500 euro al mese, non rientrano tra i disoccupati. No, quelli sono i fortunati.
E’ un’emergenza nazionale, l’unica cosa di cui abbia senso parlare.
Non mi sento rottamatore di nessuno.
La parola evoca una violenza che non sento mia, ed anche un certo essere sprezzante che non mi appartiene. Credo invece che il PD non abbia saputo rappresentare gli interessi degli esclusi dal welfare e dal mercato del lavoro, che sono soprattutto giovani e che infatti non ci votano manco per errore. E credo che al di là dei loro meriti individuali e collettivi, spesso grandi, la generazione politica del “primo ulivo” non possa raccogliere più consenso di quello che ha raccolto fino ad oggi.
Di tutto questo ho parlato con Mario Lancisi, che mi ha fatto alcune domande per il Tirreno.
Largo ai giovani rottamatori – il Tirreno dal 1997.it » Ricerca
Sognando Prodi. Federico Russo, 30 anni, pisano, fa il consigliere consigliere provinciale del Pd e il ricercatore precario di scienze politiche all’università di Siena (1.200 euro lo stipendio mensile). Prima tessera il Pd: «Mi ha entusiasmato la fase costituente. I partiti che c’erano prima, dai Ds alla Margherita, mi sembravano un po’ espressione di divisioni anacronistiche risalenti a prima del muro di Berlino. Il Pd era invece un soggetto nuovo». In politica il riferimento di Russo, cattolico, è stato Prodi, ma oggi in giro non vede leader della stessa statura: «Bersani? Governerebbe bene, ma non so se vincerebbe. Civati? Beh, lui sarebbe la scelta del cuore. Renzi? Mi suscita sentimenti contrastanti: d’accordo con le sue posizioni, un po’ meno con i modi». La proposta del Nuovo Ulivo? «Non ho sbadigliato, ma la lettera di Bersani a Repubblica ho fatto fatica a leggerla. E di sicuro i miei 50 amici più vicini non l’hanno neppure sfogliata». Rottamazione dell’attuale classe dirigente? «Nessuno va a casa solo perché glielo chiedi. Noi giovani dobbiamo dimostrare di essere capaci più di loro. Questa è la sfida».

Mi segnalano che per Il Tirreno sono entrato nel toto-sindaco di Cascina 2011. Paolo Cipolli ed io saremmo “i candidati preferiti dall’elettorato cattolico” (ecco cosa era quella processione un paio di Venerdì fa!).
Sono felice di continuare a godere di grande considerazione da parte della autorevole stampa locale, la stessa che nel 2007 mi candidava a sindaco di Pisa.
Purtroppo devo deludere le schiere di pii fan: domani Pisanotizie mi lancerà alla commissione europea.
Una sera, a Ballarò, Pierluigi Bersani se ne uscì con una metafora suggestiva: il consenso è come una mela, quando cadrà dall’albero noi dovremo essere pronti a raccoglierla con un bel cestino. La mia idea è che la mela stia marcendo senza che noi abbiamo avuto un’idea su dove trovarlo quel benedetto cestino, ed il frutto che tanto desideriamo rischia di cadere, ormai marcio, sul prato verde (molto verde). Trovare il cestino e capire come scuotere l’albero sono le due sfide che il PD ha davanti nei prossimi tre anni.
Come sta la mela?
Attaccata all’albero in modo sempre più debole: come d’autunno, sugli alberi, le foglie. La fiducia in Berlusconi è calata al 44% (Marzo 2010), quella del governo è al 38%. La situazione non è così diversa da quella che attraversava il governo Prodi nel gennaio del 2008, quando a seguito del caso Mastella la fiducia nel professore calò al 42% e quella del suo governo ad un imbarazzante 31%. Sicuramente sembrano passati secoli dall’Ottobre del 2008 quando Berlusconi godeva della fiducia del 62% degli italiani ed il suo governo piaceva a più della metà dell’elettorato. Il governo paga la sua incapacità di mantenere le promesse elettorali, i suoi conflitti interni e l’impatto della crisi economica, tre macigni che sarebbero capaci di spezzare la schiena agli esecutivi di tutto il mondo. Non è vero che il consenso di Berlusconi sia immutabile, sta vacillando oggi come vacillava nel 2006. Noi in quel caso fummo capaci di coglierlo, ma il cestino, intrecciato male e a maglie troppo larghe, si rovesciò ben presto.
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