Durante il consiglio del 19 Novembre si è parlato molto di crocifissi. Quasi ogni gruppo aveva proposto un documento da votare: PDL, Lega e UDC, ognuno con toni diversi, contestavano la sentenza della corte di Strasburgo e sostenevano che il crocifisso non deve essere rimosso dagli edifici pubblici e dalle aule scolastiche perché il simbolo della nostra civiltà. Secondo il capogruppo della Lega togliere il crocifisso è il primo atto di una guerra per distruggere le nostre tradizioni.
La maggioranza ha risposto proponendo e votando un proprio documento, che sostiene due punti:
- il governo che si erge a difensore della cristianità fa politiche contrarie ai principi di umanità ed accoglienza
- non possiamo strumentalizzare il crociffisso
Personalmente condivido entrambi i punti, ma non sono soddisfatto di come abbiamo affrontato questa questione. Abbiamo espresso un pensiero debole, non compiuto. Sarei voluto intervenire nel dibattito del consiglio, ma non me la sono sentita di provare un ragionamento un poco più complesso nei due o tre minuti che avrei avuto a disposizione. Non mi sentivo neanche pronto a portare alle sue conseguenze un ragionamento di cui non avevamo potuto parlare diffusamente nel gruppo. Stimolato da una lettera al Tirreno scritta da Gianluca Gambini, consigliere del PDL, e ispirato da una più compiuta riflessione di Simone Siliani, ho risposto così:
Il consigliere provinciale Gambini (Pdl), scrivendo a questo giornale, ha sostenuto che il Pd non voglia valorizzare l’identità cristiana perché ha bocciato le mozioni del Pdl, della Lega e dell’Udc che chiedevano di esprimersi a favore dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche ed in altri edifici pubblici. Questa polemica, come quelle nazionali seguite alla sentenza della Corte di Strasburgo, ha messo in chiaro cosa interessa alle forze politiche di centro-destra: utilizzare la religione ed i suoi simboli come mezzo per affermare l’identità italiana. È lo stesso schema seguito dagli atei devoti: desemantizzare, astrarre le parole ed i simboli del cristianesimo e farli diventare bandiere da usare per rimarcare una separazione tra “noi” e gli “altri”. È una tentazione diffusa, come sostenva Stefano Rodotà su Repubblica già nel 2004 prefigurando la “nascita di uno scontro di civiltà all’interno dello stesso Occidente, di fronte ad una tendenza crescente a usare religione e natura come rifugio da un mondo senza cuore, come unica via per fondare certezze e recuperare identità perdute”.
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In questi mesi a destra si sta combattendo una battaglia politico culturale sull’immigrazione e sull’integrazione degli stranieri. C’è chi, come la Lega, non perde occasione per dire ipocritamente che “gli stranieri devono starsene a casa loro”, e c’è chi ha capito che questo atteggimento non fa fare nessun passo avanti al paese. C’è chi ha capito che il futuro passa necessariamente dall’integrazione, dall’affermazione di diritti e doveri, dal rispetto per la diversità.
Oggi uno degli ostacoli all’integrazione causati dalle nostre cattive leggi viene subito dai bambini nati in Italia da genitori stranieri. Nonostante crescano nei nostri paesi, parlino i nostri dialetti e giochino nelle nostre strade non possono essere italiani. Li teniamo separati da noi, li facciamo sentire diversi, figli di un’altra terra che magari non hanno mai visto.
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Se vogliamo conquistare la maggioranza del paese dobbiamo mettere in soffitta la sindrome che ci fa dire o pensare “noi siamo i buoni”. Addirittura nei film western non si sa più se gli indiani siano i buoni o i cattivi, figuriamoci poi nel mondo reale. Noi siamo di sinistra, ovvero abbiamo degli ideali ispiratori diversi da quelli delle persone di destra, concezioni del mondo e dell’uomo un po’ diverse. Ma su molte cose “i buoni” di entrambi gli schieramenti si possono trovare d’accordo (“there is no right or left way to pave a street”): su altre discuteranno in modo acceso.
In Italia la destra deve superare il suo storico complesso di inferiorità culturale, mentre la sinistra deve soffocare la pretesa di essere “moralmente superiore”. Si può denunciare l’immoralità di un leader, di un gruppo dirigente; difficilimente si può mettere in discussione la moralità di metà paese.
Per questo, soprattutto per allenarmi al dialogo e per constringermi allo studio non superificiale, ho lanciato un gioco con alcuni amici che votano a destra. Chi vuole si può aggiungere. Sono esperimenti di dialogo su questioni per lo più concrete, che naturalmente, come tutte le questioni politiche, hanno ripercussioni a livello più alto.
La prima a cui rispondo è Nica, che mi chiede cosa ne penso della riforma “anti-fannulloni” di Brunetta.
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È proprio il buon risultato che abbiamo ottenuto (vicino al 13%, pare) che ci consente di fare un’autocritica a viso aperto. Le analisi del voto ci dicono che la nostra mozione è andata bene tra i giovani (vicino al 20%) e progressivamente peggio al crescere dell’età. Per quello che se ne sa al momento, sembra che l’elettorato che si è rispecchiato di più in Marino sia quello giovane, colto e urbano. Non abbiamo sfondato in nessun altro settore. A Pisa abbiamo raccolto il 15% dei voti, ma soprattutto abbiamo ravvivato il confronto in ogni circolo, sottraendolo alla dinamica perversa dello scontro tra ex. Abbiamo imposto l’agenda su laicità, contratti di lavoro, energia. Non ci siamo riusciti su tutto il resto.
Non posso però scindere la verifica personale di questa avventura dalle ragioni per cui ho deciso di intraprenderla. Come molti sanno nel 2007 ho sostenuto con grande entusiasmo la candidatura di Rosy Bindi, perché ne condividevo la chiarezza dell’elaborazione politica, opposta alla fumosità di quella di WV. Secondo le logiche di questo mondo sarei dovuto stare (automaticamente?) con Bersani, ma la sua proposta non mi ha convinto fino in fondo, neanche con i correttivi ipotizzati da Enrico Letta (non torniamo alla socialdemocrazia) e Rosy Bindi (si alle primarie). La mozione Franceschini non mi ha mai attratto più di tanto, soprattutto a causa dell’eterogeneità dei suoi sostenitori e per il piglio troppo basato sull’antiberlusconismo. La mia mozione era quella di Godot.
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A Pisa sono terminati i congressi di Circolo: Marino ha superato il 10%, e noi siamo contenti e convinti che si potrà fare molto meglio alle primarie aperte.
In questi giorni ho presentato la mozione varie volte, cambiando sempre un po’ lo schema perché non riesco a ripetere sempre le stesse cose. Questo è il canovaccio dell’ultima presentazione che ho fatto, Sabato pomeriggio in un circolo di Grosseto. Per la mozione Bersani c’era Anna Rita Bramerini, per la mozione Franceschini il bravo Alessio Scheggi. Ai marinai locali è piaciuto: a me è piaciuto il loro entusiasmo.
Il dibattito congressuale è la nostra grande occasione per parlare all’Italia, per mostrare che abbiamo una visione nuova e vincente di questo paese. Questo congresso avrà successo se gli Italiani ascoltando i nostri dibattiti percepiranno che Berlusconi e le sue idee appartengono al passato. Fino ad oggi è stato il contrario: è stato Berlusconi a farci apparire irrimediabilmente impolverati, vecchi e un po’ nostalgici del bel tempo che fu, quello in cui capivamo ancora qualcosa di quello che ci succedeva attorno. Purtroppo il tempo non torna indietro e l’unica nostalgia che ci possiamo permettere, come dice Pippo Civati, è quella del futuro.
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