Sperare in qualcosa di nuovo

“Da qualche mese ti tocca andare su e giù da Milano per lavoro, e ci torni anche di Sabato?”. Ha ragione mia moglie, come sempre. Ma poi le dico che, guarda, questa volta faremo davvero qualcosa di nuovo. Ci candidiamo, noi e le nostre idee, alla guida del partito democratico. Le si apre un sorriso mentre concede: “Vabbé, allora vai. Date una speranza a quelli come me”.

La speranza. Per me è quella la differenza che passa tra la visione che propone Pippo Civati e i tristi dibattiti che oppongono liberali e socialdemocratici del PD. Negli ultimi quindici anni la sinistra per me non ha mai rappresentato una speranza. Con la sola eccezione, presto spenta, del 1996. Siamo stati altre cose: la diga contro Berlusconi, la serietà contrapposta al giullarismo, le regole a difesa della Costituzione. Ma la speranza manca a tutto il paese, come dice bene Gramellini. Anche oggi il nostro partito sembra diviso tra squadre di nostalgici, che si affrontano gridando “Dobbiamo fare come la Thatcher” oppure “Difendiamo le conquiste storiche dei lavoratori”. Ma la Thatcher era di destra, e i lavoratori che si gondono le conquiste sono sempre meno. E invece tutti a guardare il novecento, cercando di regolare conti di competenza degli storici prima che dei politici. Sarà che ognuno è affezionato ai miti della sua giovinezza. Ma quelle categorie non bastano più a dare speranza.

Per quella ci vogliono parole nuove.

 

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