Riformare il bicameralismo – 2

Il bicameralismo oggi

“Mamma, ma lo fanno tutti”! Chi di voi da bambino non ha provato a salvarsi da una ramanzina con questa frase?   Anche se sono passati tanti anni vi ricorderete che di per sé quella non è una buona giustificazione. Eppure, prima di mettere le mani sulla Costituzione vale la pena fare una panoramica sulla diffusione del bicameralismo e sulle sue declinazioni.

Se si considerano tutti i paesi del mondo, democratici e no, il monocameralismo è un po’ più diffuso del bicameralismo. Oggi su 192 parlamenti censiti dall’ Inter Parliamentary Union solo 80 sono bicamerali. Ma in questa comparazione naturalmente si mischiano democrazie e autoritarismi, stati federali e unitari, insomma le mele con le pere: per dire, tra i parlamenti considerati c’è anche l’Assemblea Suprema del Popolo della Corea del Nord. Restringiamo il campo. Nell’UE 13 paesi su 28 sono bicamerali; vince l’unicameralismo di un soffio perché l’ultima entrata, la Croazia, ha abolito la Camera delle Province nel 2001 (ma che c’avrete contro le province?). Tra i 34 paesi dell’OCSE i bicamerali sono la maggioranza: 19. Vincono i bicamerali anche tra le 36 democrazie stabili studiate da Lijphart: 24 a 12. Insomma, più che il radicalismo di Sieyès i costituenti hanno ascoltato più spesso le parole di Herman Finer: “Se le due camere concordano, tanto meglio per la nostra fiducia nella saggezza e nella giustizia della legge; se non concordano, è tempo che il popolo ci ripensi“. Non abbiamo purtroppo la replica del simpatico Abbé, che sfortunatamente nel 1946 era morto da 110 anni.

Ma in pratica, perché un paese adotta o mantiene un sistema bicamerale? È possibile rintracciare delle caratteristiche che portano alcuni paesi a sopportare il fardello di avere due camere? Guardando ai 34 paesi dell’OCSE (in coda al post trovate la tabella. Per i secchioni il documento da cui l’ho tratta e la fonte da cui l’hanno presa loro) si possono ricavare due “leggi”:

1)      Tutti gli stati federali sono bicamerali

2)      Gli stati con popolazione maggiore di 15 milioni sono quasi sempre bicamerali

La prima regola è inattaccabile, la seconda ha due eccezioni che sono la Turchia e la Corea del Sud (a proposito, anche l’Assemblea Suprema del Popolo pare unicamerale, se volete andare a controllare poi mi fate una telefonata eh?).

Sulla ragione per cui i sistemi federali  hanno la seconda camera abbiamo già detto: è necessaria perché la sovranità non appartiene solo ai cittadini ma anche alle sotto unità politiche. Il Senato degli Stati Uniti rappresenta ogni stato in modo paritario ed è probabilmente la camera legislativa più potente del mondo, ma queste non sono regole universali.  In ogni caso la serie di questi post è già piuttosto lunga, e non vorrei perdere tempo con i paesi federali (lo so, dopo venti anni di Bossi si potrebbe pensare che l’Italia sia un paese federale. E invece è un paese unitario sia pure con regioni dotate di poteri legislativi).

Nella tabella ho messo in grassetto i dieci paesi OCSE unitari con sistemi bicamerali e con forma di governo comparabile all’Italia (il parlamento vota la fiducia al governo). Guardando alle loro seconde camere notiamo che:

1)      La seconda camera è decisamente più piccola della prima (unica eccezione è la House of Lords)

2)      La seconda camera non vota la fiducia al governo e ha poteri legislativi ridotti (unica eccezione  è il Senato italiano)

3)      Non c’è regola sul sistema di elezione: metà sono elette in modo prevalentemente diretto.

4)      Non c’è regola sulla base rappresentativa: circa metà rappresentano le regioni o le province.

Questo ci dice che per uscire dall’anomalia italiana basterebbe togliere un po’ di poteri al Senato. Del resto già negli anni sessanta un saggio australiano di nome Sir Kenneth Wheare scrisse che  disegnando due camere paritarie in un sistema parlamentare gli italiani stavano “merely looking for trouble”, cacciandosi nei pasticci.

Ma in base a cosa si possono scegliere le altre caratteristiche del sistema? Nel prossimo post (giovedì) scopriremo che agendo sul mix tra poteri, tipo di elezione  e tipo di base rappresentativa si possono ottenere forme di bicameralismo con effetti molto diversi sulla stabilità delle politiche, sulle capacità di controllo e sulla propensione a spendere in deficit. Diamo un’occhiata ai risultati principali degli studi empirici e vediamo di non fare come l’apprendista stregone.

Paese OCSE Struttura

Federale

Popolazione

(milioni)

Australia bicamerale

22,3

Austria bicamerale

8,4

Belgio bicamerale

10,8

Canada bicamerale

34,0

Cile bicamerale

no

17,0

Repubblica Ceca bicamerale

no

10,5

Danimarca unicamerale

no

5,5

Estonia unicamerale

no

1,3

Finlandia unicamerale

no

5,3

Francia bicamerale

no

62,6

Germania bicamerale

82,0

Grecia unicamerale

no

11,3

Ungheria unicamerale

no

10,0

Islanda unicamerale

no

0,3

Irlanda bicamerale

no

4,6

Israele unicamerale

no

7,6

Italia bicamerale

no

60,0

Giappone bicamerale

no

127,0

Corea del Sud unicamerale

no

50,5

Lussemburgo unicamerale

no

0,5

Messico bicamerale

108,0

Paesi Bassi bicamerale

no

16,5

Nuova Zelanda unicamerale

no

4,4

Norvegia unicamerale

no

4,8

Polonia bicamerale

no

38,0

Portogallo unicamerale

no

10,6

Slovacchia unicamerale

no

5,4

Slovenia bicamerale

no

2,0

Spagna bicamerale

no

46,0

Svezia unicamerale

no

9,4

Svizzera bicamerale

7,8

Turchia unicamerale

no

73,0

Gran Bretagna bicamerale

no

61,0

Stati Uniti bicamerale

309,0

Fonte: elaborazioni del Parlamento Irlandese su dati OCSE e IPU.

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