Riformare il bicameralismo – 1

A cosa serve il bicameralismo?

Anche qui, evoluzionsimo batte creazionismo a mani basse. Le democrazie che conosciamo, con le loro istituzioni rappresentative, non nascono da un progetto razionale scritto su carta bianca, ma dalla lenta evoluzione storica dei regimi liberali. Il bicameralismo è uno dei segni più evidenti di questo fenomeno, qualcuno potrebbe dire che è una vestigia (aspettate a dire che è come il coccige, che non serve ad altro che a ricordarci che i nostri antenati avevano la coda. Il paragone, oltre che irrispettoso, potrebbe essere scorretto).

Gli antenati dei nostri parlamenti nacquero nel medioevo, quando i re si convinsero che era più prudente governare consultandosi con qualcuno (e l’idea, sorprendentemente, non venne da Fabrizio Barca).  In Inghilterra il parlamento nasce unicamerale, ma nel quattordicesimo secolo si divide tra Camera dei Lord, composta da nobiltà e clero, e Camera dei Comuni, composta da chi aveva un qualche potere nelle varie contee. Anche la divisione pare sia nata gradualmente, perché di tanto in tanto i membri della Camera dei Comuni volevano consultarsi da soli, e finirono per eleggere un loro presidente e tutto il resto. Corpi simili furono creati gradualmente in tutta l’Europa medievale, con alterne fortune: l’idea fondamentale è che varie camere servissero a rappresentare vari gruppi sociali in modo che il governo potesse essere bilanciato tra 1) monarchia 2) nobiltà e clero 3) resto del mondo.

Con il diffondersi delle idee democratiche questo andazzo fu sottoposto a severe critiche. Se la sovranità viene dal popolo, non c’è evidentemente bisogno di bilanciare un bel nulla e la formula istituzionale giusta è quella del monocameralismo. La formulazione più brillante di questo pensiero, bisogna riconoscerlo, è opera di un abate francese di nome Sieyès: “se la seconda camera concorda con la prima, è inutile; se è in disaccordo è dannosa“. (A lui, e non a Beppe Grillo, risale anche la frase “una testa, un voto”. I comici, come ci insegna Luttazzi, spesso copiano le battute).

Mentre nel vecchio continente il bicameralismo era sotto attacco, alcuni bastiancontrari dall’altra parte dell’Atlantico lavoravano al suo rilancio. Nei Federalist Papers Hamilton, Madison, e Jay sostennero con nuovi argomenti la necessità di avere anche un senato. Fecero notare prima di tutto il pericolo di concentrare il potere nelle mani di un singolo gruppo (vi ricordate la storia dei checks and balances, no?). Suggerirono poi che il processo legislativo andasse un po’ rallentato per evitare che le decisioni fossero prese d’impeto, magari sull’onda di accadimenti sensazionali, e senza ragionarci a mente fredda. Due camere potevano poi contribuire alla stabilità delle leggi (su questo magari ci torneremo). Infine, suggerivano l’opportunità che la seconda camera fosse formata da persone meno pressate dall’idea della rielezione, dotate di competenze superiori e temprate dall’esperienza

La politica, come si sa, ha spesso delle ragioni più pragmatiche di quelle dei saggi. Venne la Convenzione di Filadelfia, e si decise che il Senato sarebbe stata la camera dove gli stati avrebbero avuto rappresentanza  paritaria, perché i nascenti Stati Uniti d’America erano una federazione. Nasce così una delle più forti giustificazioni del bicameralismo, che infatti anche oggi è comune a tutti i paesi federali.

Bene, siamo arrivati al 1787. Ma ai giorni nostri quanto è diffuso il bicameralismo? E quali delle vecchie ragioni per avere due camere sono ancora considerate attuali? Ce ne sono di nuove?

La seconda puntata, domani.

4 pensieri su “Riformare il bicameralismo – 1”

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