Riflessioni politiciste sul Piano paesaggistico della Toscana

L’approvazione del Piano paesaggistico della Regione Toscana mette il punto una vicenda importante. Sicuramente bisogna festeggiare un grande risultato, uno strumento di pianificazione che consentirà di salvaguardare e migliorare la qualità del paesaggio in Toscana, forse la nostra risorsa più importante, ricercando vie di sviluppo compatibile con l’ambiente. Non si può banalizzare un risultato di questo genere, che vede la nostra regione attestarsi su una linea più avanzata anche rispetto alle migliori esperienze del paese.
Avendo seguito il corso degli anni e sopratutto degli ultimi mesi la lotta politica attorno al piano, perché vera lotta è stata, mi vengono in mente due considerazioni. La prima ha a che fare con il collocamento politico delle forze di sinistra con vocazione di governo. È un tema che mi sta molto a cuore perché molti dei compagni di viaggio che con me hanno affrontato l’ultimo congresso del Partito Democratico stanno uscendo dal Pd alla ricerca di una casa dove sentirsi più a loro agio. Certo se una formazione politica cambia completamente la sua natura non ha più senso rimanere dentro ma credo che oggi in Toscana non sia l’ora di darsi per vinti. I risultati si possono ottenere, soprattutto se siamo disposti a fare gioco di squadra con un vasto mondo associazioni e movimenti che per fortuna rendono ricca la nostra società civile. Quando saremo tutti fuori il PD avrà perso una grande ricchezza. È importante anche ricordare i contenuti più qualificanti il piano siano stati difesi grazie a un bel gioco di squadra con il governo; chi ha voluto vedere un nuovo patto del Nazareno, peraltro fuori tempo massimo, nella vicenda il piano paesaggistico ha inforcato degli occhiali deformanti.

 La seconda riflessione è stimolata dalle parole dell’assessore Marson. Nella sua difesa appassionata del lavoro di redazione del Piano Anna Marson rivendica un lungo processo che ha coinvolto università, pubbliche amministrazioni, rappresentanze degli interessi, e cittadini comuni. Descrive poi il lavoro della commissione consiliare come un attacco corporativo animato e ispirato da pochi gruppi economici che avrebbero trovato ascolto nei gruppi consiliari maggiori, incluso quello de PD. Non so dire quanto questo quadro sia realistico, perché il partito non ha creato occasioni significative di confronto interno sui contenuti più importanti. Non le hanno ricercate i nostri consiglieri, non le hanno organizzate i nostri segretari. Senza partiti vivi il ruolo delle assemblee rappresentative si svilisce. Vorrei che ce lo ricordassimo per i prossimi 5 anni.

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