Revelli, e il congresso del PD

D’estate mi rimetto un po’in pari con le letture trascurate durante l’anno. E così sono entrato in una libreria odorante di creme solari e affollata di signore in copricostume, mi sono avvicinato alla cassa, e ho chiesto “Finale di parito” di Marco Revelli. Ne avevano una copia, seppellita sotto le 50 sfumature e l’ultimo di Dan Brown. Affaticato dalla ricerca, mi sono precipitato sulla mia sdraia, e ho cominciato a leggere.

E’ un libro che consiglierei a quattro categorie di persone, in ordine crescente di priorità:
1) I politologi che si occupano di partiti e democrazia
2) Gli appassionati di politica italiana
3) Quelli che…bastano le primarie per avere un partito democratico, oh yes.
4) I Giovani Democratici, e anche quelli di mezza età, che sentendosi arguti impiastrano le bacheche di Facebook ripetendo che i partiti sono come i condomini.

Il libro di Revelli è più che altro un’ottima opera di divulgazione, che distilla il meglio della letteratura politologica empirica (mi scuseranno i puristi, intendo di scienza politica e sociologia politica) che ha affrontato il tema della crisi dei partiti. Per dare respiro all’opera, questa letteratura è tenuta costantemente in dialogo con classici del calibro di Michels, Weber e Gramsci. Revelli ha il grande merito di farci riflettere sul fatto che i partiti si trovano di fronte a una crisi organizzativa epocale, pari a quella che ha spazzato via i partiti di notabili che animavano il “parlamentarismo classico” e ha aperto la via ai partiti di massa. Che questa crisi come al solito è legata al cambiamento dell’organizzazione del lavoro, ma anche all’aumento dei livelli di istruzione.

La domanda finale ambiziosa: è possibile la democrazia oltre i partiti? Revelli in verità non offre risposte, ma strumenti per darne.
La mia è che partiti sopravviveranno, ma per riconquistare la fiducia che hanno perso dovranno adottare modelli organizzativi completamente nuovi. Chi di fronte a questi sconvolgimenti chiede un ritorno all’indietro, a quell’organizzazione che funzionava tanto bene nella sua divisione tra dirigenti/apparato/base, è un’anima bella oppure parte di quell’apparato che vuol sopravvivere ai tempi. La sfida di oggi è quella di aggregare le domande politiche di ampi settori di una società fluida senza sconfinare nel leaderismo (soluzione “primarie sempre e passa la paura”) e senza ricadere nella legge ferrea dell’oligarchia (soluzione “ci pensa l’apparato in comunione mistica con la base”). Queste due vie sono tanto più pericolose oggi in cui i media rendono la leadership separata dagli elettori e la mancanza di militanti classici fanno dell’apparato un gruppo di interesse autoreferenziale.

Tra i politici italinani gli unici che mi sembrano consapevoli di questo passaggio epocale sono il duo Grillo/Casaleggio, Fabrizio Barca e Pippo Civati. Nel campo democratico, per quello che ho letto e visto fino ad oggi, Renzi è molto vicino alla soluzione leaderistica e Cuperlo al romantico ritorno all’indietro (Basta zercar!).
Battendo strade già battute, sono anche più precisi nell’indicare un modello. Ma non credo sia quello di cui abbiamo bisogno.

Marco Revelli, Finale di partito < Libri < Einaudi

A ben guardare l’esplosione dei
partiti si ricollega, seppure in una congiuntura temporale
apparentemente sfasata, al superamento dell’organizzazione
produttiva «fordista» massificata e all’affermarsi di
nuove forme organizzative leggere. Facendo i conti, in
modo drammatico, con la stessa insostenibilità dei costi
crescenti che la macchina d’impresa novecentesca ha
indotto. Con una domanda finale: è possibile la democrazia
«oltre» i partiti?

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