Prima che la mela marcisca: spunti di riflessione per il dopo regionali

Una sera, a Ballarò, Pierluigi Bersani se ne uscì con una metafora suggestiva: il consenso è come una mela, quando cadrà dall’albero noi dovremo essere pronti a raccoglierla con un bel cestino. La mia idea è che la mela stia marcendo senza che noi abbiamo avuto un’idea su dove trovarlo quel benedetto cestino, ed il frutto che tanto desideriamo rischia di cadere, ormai marcio, sul prato verde (molto verde). Trovare il cestino e capire come scuotere l’albero sono le due sfide che il PD ha davanti nei prossimi tre anni.

Come sta la mela?
Attaccata all’albero in modo sempre più debole: come d’autunno, sugli alberi, le foglie. La fiducia in Berlusconi è calata al 44% (Marzo 2010), quella del governo è al 38%. La situazione non è così diversa da quella che attraversava il governo Prodi nel gennaio del 2008, quando a seguito del caso Mastella la fiducia nel professore calò al 42% e quella del suo governo ad un imbarazzante 31%. Sicuramente sembrano passati secoli dall’Ottobre del 2008 quando Berlusconi godeva della fiducia del 62% degli italiani ed il suo governo piaceva a più della metà dell’elettorato. Il governo paga la sua incapacità di mantenere le promesse elettorali, i suoi conflitti interni e l’impatto della crisi economica, tre macigni che sarebbero capaci di spezzare la schiena agli esecutivi di tutto il mondo. Non è vero che il consenso di Berlusconi sia immutabile, sta vacillando oggi come vacillava nel 2006. Noi in quel caso fummo capaci di coglierlo, ma il cestino, intrecciato male e a maglie troppo larghe, si rovesciò ben presto.

A che punto siamo noi?
Rimaniamo al minimo storico, circa al 26%, sugli stessi livelli delle europee. Siamo popolari nello zoccolo duro che fu del Partito Comunista, abbarbicati all’Appennino come eroici partigiani di una guerra che non possiamo vincere. Durante il congresso un dirigente locale del partito mi diceva che avrebbe lottato per fare del PD una cosa il più possibile vicina al PCI: immagino si riferisse all’organizzazione, ma qui l’imitazione si ferma al successo elettorale e la prospettiva, converrete, non è esaltante. Oggi la maggioranza degli italiani ci considera inservibili, invotabili. Siamo il più grande partito dell’opposizione, quello che in tutti i sistemi bipolari si avvantaggia della scarsa fiducia data al governo, ed invece il consenso ci schiva, finendo alla nostra destra e alla nostra sinistra. Cresce Di Pietro, cresce la Lega, nasce Grillo. Il nostro cestino non è abbastanza accogliente.

Scuotere l’albero o preparare il cestino?
Il nostro congresso è stato giocato sulla falsa alternativa tra fare opposizione dura o preparare l’alternativa, ma questo schema era semplicistico e lo giocavamo per comodità: tutti sapevamo che la faccenda è più complessa, e che è questione di equilibrio. Bisogna fare entrambe le cose insieme. L’idea del governo ombra di Veltroni nasceva da questa consapevolezza: ad ogni proposta del governo si risponde con un’altra proposta, ad ogni idea con una migliore. Fare opposizione dura ed essere propositivi ci sembrano opzioni alternative solo quando siamo storditi nei fumi che si respirano nelle nostre assemblee. Sperando di riuscire a scuotere l’albero, mi vorrei preoccupare soprattutto della ricerca del cestino, perché grande è la confusione sotto il cielo.
Enrico Letta dice che l’Italia è divisa tra moderati, progressisti e populisti, ma è una diagnosi autoconsolatoria. Gli elettori non ci votano perché son cattivi, sono populisti. Non è così. Siamo noi che non ci sappiamo parlare, sembriamo muti perché adottiamo codici che non sono più capiti e credo sia più facile cambiare i codici che cambiare il popolo. La politica si è trasformata tutta, l’elettorato più mobile è reattivo ai messaggi semplici, come è semplice il “change” di Obama. Pensate di incontrare quel vostro amico svedese e di raccontargli in breve l’essenza di ogni partito del sistema italiano: “La Lega è per il federalismo e contro l’immigrazione, il PDL è anti-stato e per gli imprenditori, Di Pietro vuol mettere Berlusconi in galera, l’UDC è contro il bipolarismo e per i valori cristiani”. E il PD? Se non vi viene in mente una sintesi non è perché non abbiamo riflettuto su questi problemi, abbiamo anzi posizioni articolate e ponderate. Oggi però i partiti di successo non sono quelli che passano il tempo a definire con il bilancino del farmacista il loro posizionamento su ogni questione. Sono quelli che scelgono le questioni rilevanti e gli interessi da rappresentare, e lo ripetono fino allo sfinimento. Noi chi rappresentiamo, quali valori difendiamo? Attenzione però, il nostro amico svedese non capirebbe una risposta basata sulle parole “antifascismo” e “costituzione”.

Se cerchi il cestino non correre dietro le farfalle
Le prime avvisaglie del nostro dibattito post regionali fanno presagire sconfitte da qui al 2050. Bersani parla di pali al 95°, Rosy Bindi sostiene che siamo andati bene, altri (a Pisa il mio bravo assessore Sanavio) si scagliano contro le primarie e benedicono la strategia delle grandi alleanze. Dalla parte della minoranza Franceschini rimarca crudele che il risultato di oggi è peggiore di quello delle europee, altri vogliono bollire la segreteria a fuoco lento per prendersi una rivincita al prossimo giro. La verità è che le primarie sono state indifferenti (abbiamo vinto e perso con e senza), il risultato delle regionali numericamente equivalente a quello delle europee, e Bersani ha appena vinto le primarie e andrebbe aiutato a riflettere, non pugnalato. Non perdiamo tempo con questo cose ora: se ricominciamo un dibattito su primarie, partito leggero e partito pesante ce lo meritiamo di perdere, per tutta la vita.

3 pensieri su “Prima che la mela marcisca: spunti di riflessione per il dopo regionali”

  1. Citi nell’ordine Bersani, Letta (enrico) e bindi… diciamo che l’organigramma del PD viaggia sulla stessa linea. Peccato che invece gli elettori e, anche molti iscritti la pensino diversamente.
    Non si tratta di pugnalare Bersani ma darsi una linea chiara. Da ottobre ad oggi io non l’ho vista. e i risultati elettorali mi sembrano (anche) figli di questa mancanza di chiarezza.

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