Ovunque in ritirata i partiti tradizionali*

Se siamo convinti di trovarci di fronte a una rivoluzione inattesa, è perché siamo osservatori distratti di ciò che ci circonda. Le elezioni del 2018 non sono una rottura netta con il passato come lo furono quelle del 1994 o quelle del 2013. In quei due casi, separati da quasi venti anni di distanza, emersero nuovi partiti destinati a cambiare per lungo tempo gli equilibri politici italiani: Forza Italia e il Movimento 5 Stelle. Al contrario, in queste elezioni si consolida lo scenario tripolare che era già emerso nelle consultazioni di cinque anni prima, unico riferimento comparabile per dire qualcosa di sensato. Oggi il centrodestra è il primo polo con il 37,0%, seguito dal Movimento 5 Stelle con il 32,7% e dal centrosinistra con il 22,8. L’unico attore rilevante a scomparire è il polo centrista che fu guidato, senza grossa fortuna, dall’ex Presidente del Consiglio Mario Monti.
Tutti i commenti si concentrano sulle percentuali di voto, perché sono quelle che valgono per distribuire i seggi. Eppure, per prendere il polso del consenso, è più utile contare i voti assoluti. Il Movimento 5 Stelle, primo grande vincitore, guadagna poco più di due milioni di voti rispetto al 2013. Il centrodestra, la coalizione più votata, fa segnare esattamente lo stesso aumento. Cambiano però radicalmente gli equilibri interni: il declino elettorale del partito di Berlusconi, che perde quasi tre milioni di voti, è più che compensato dalla Lega di Matteo Salvini che ne guadagna oltre quattro. Il resto lo porta in dote Fratelli di Italia, che sotto la leadership di Giorgia Meloni ha più che raddoppiato i suoi consensi, attraendo 800mila voti in più del 2013. Dal lato degli sconfitti, la coalizione guidata dal Partito Democratico perde per strada due milioni e mezzo di voti, tutti in uscita dal partito di Matteo Renzi.
A ben guardare le analisi sui flussi elettorali, stimati con metodologie assai diverse dall’Istituto Cattaneo e dall’istituto SWG, una novità di rilievo c’è. I partiti populisti svuotano quelli tradizionali. Il Movimento 5 Stelle accoglie molti ex elettori del PD, mentre la nuova Lega cannibalizza Forza Italia. Il vento del populismo soffia forte sia in Europa che negli Stati Uniti, ma bisogna intendersi su cosa significa questa termine. L’essenza del populismo è la divisione della società in due parti nettamente contrapposte, una buona e una cattiva. Per i Cinque Stelle il ruolo dei malvagi è interpretato dai politici degli altri partiti, che si accaparrano privilegi a spese della gente comune. Per la Lega i cattivi sono gli stranieri che delinquono, e rubano lavoro e case popolari gli italiani. Si tratta di posizioni che fanno particolarmente presa quando la crisi economica morde e le forze di governo non riescono a migliorare in modo tangibile la qualità della vita dei propri cittadini. Non è facile scalfire queste narrazioni, e certamente non è possibile farlo mostrando che anche tra i Cinque Stelle ci sono degli opportunisti, o che l’Italia ha bisogno del contributo degli immigrati. Questi argomenti fanno breccia soltanto tra i più istruiti e tra gli appartenenti alle classi sociali più elevate, che paradossalmente costituiscono ormai lo zoccolo duro del consenso del Partito Democratico.
Non si possono capire le specificità italiane se prima non si inquadra il contesto internazionale. Dieci anni fa falliva Lehman Brothers, una delle maggiori banche d’affari degli Stati Uniti d’America, in quello che sarebbe passato alla storia come l’inizio ufficiale della grande crisi in cui siamo ancora impantanati. Da allora gli indici di diseguaglianza sono schizzati in alto dovunque, anche nei paesi che sono riusciti a far ripartire l’economia. I cittadini che più hanno pagato il conto sono quelli che già facevano fatica prima: chi abita in aree depresse, chi non può contare su una formazione elevata, chi ha lavori non specializzati. I partiti e i leader populisti, che pur esistevano già ma con un livello di consenso assai più basso, ne hanno ben rappresentato il senso di insicurezza. I partiti tradizionali sono in ritirata dovunque. Dal 2013 al 2017, in Germania, la somma dei consensi di Unione Cristiano Democratica e Partito Social Democratico è crollata di venti punti percentuali, dal 67,2% al 47,3%. Peggio è andata in Francia a Socialisti e Repubblicani, crollati nello stesso periodo dal 56,5% al 23,1%. Lo svuotamento di Forza Italia e Partito Democratico ci conferma che in Italia si sta svolgendo una variazione recitata sul medesimo canovaccio.

*Pubblicato sulla Gazzeta del Mezzogiorno – Lecce  (8 marzo 2018)

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