Minoranze e democrazia nel PD pisano

Le questioni sollevate nell’ultima direzione mi danno l’occasione per parlare di due temi che mi stanno molto a cuore, ossia cosa si intende per democrazia nel partito e quale ruolo giochino le componenti.

Quando Tognocchi denuncia un “deficit di democrazia” nel PD non si riferisce allo stesso concetto di democrazia che hanno in mente Ferrante e Nocchi quando dichiarano di voler lottare contro la “deriva correntizia”. Sono convinto che fino a che non ci accorderemo su cosa intendiamo per metodo democratico all’interno del partito non usciremo fuori dal pantano degli equivoci. Le culture politiche di provenienza possono ostacolare questo dibattito, ma è chiaro che oggi un partito non può strutturarsi né sul centralismo democratico del PCI né sul fazionismo della DC. Piuttosto, la discussione deve ripartire su basi nuove.

Analizzando le democrazie contemporanee Arend Lijphart traccia una distinzione tra due idealtipi, il modello maggioritario e quello consensuale. Nel primo modello le decisioni si prendono secondo il principio della maggioranza semplice, mentre nel secondo modello le scelte scaturiscono da negoziazioni continue (consensuali) tra i vertici delle varie componenti di una comunità politica. Il modello maggioritario si adatta a società omogenee, dove i valori di riferimento tra i cittadini sono simili. Il modello consensuale si adatta meglio a società profondamente divise, dove se si deliberasse con il voto una componente risulterebbe sempre minoritaria. Basti pensare al Belgio, e alle divisioni tra fiamminghi e valloni.

Prima di misurare la democraticità del partito bisogna capire quale principio ci sembri più appropriato al nostro caso. In un partito che si conforma al modello maggioritario i soggetti principali della vita democratica sono i singoli iscritti e gli elettori, mentre un partito che si ispira al modello consensuale dà un ruolo molto più importante alle componenti, che rappresentano un insieme ben definito di interessi, preferenze e visioni del mondo. L’opinione che mi sono formato in questi anni è che l’elettorato del PD, nonostante il suo pluralismo, non sia attraversato da fratture insanabili. L’ultimo congresso ha dimostrato che ex Ds ed ex Margherita si mescolano: Letta e Bindi hanno appoggiato Bersani, Fassino e Veltroni hanno preferito Franceschini. Neppure a livello locale esistono delle maggioranze pre-costituite, dato che a Pisa la mozione Bersani ha superato il 50% dei consensi soltanto con il contributo determinante dell’area Letta. Il pluralismo interno mi sembra fondato su tre dimensioni: la cultura organizzativa (Ds e Margherita), la sensibilità etica (cattolici e laici), l’orientamento sulle questioni economiche (social-democratici e liberal-democratici). Di queste la più importante è certamente la terza, che non si sovrappone alle prime due ma le taglia trasversalmente. Per questo, il nostro partito è una “somma di minoranze” che non hanno bisogno di speciali tutele.

La democraticità del PD si misura allora con un unico criterio, la qualità del suo dibattito interno; questo deve essere condotto liberamente, con rispetto del pluralismo culturale e con la piena partecipazione alla vita del partito. A Pisa dobbiamo fare dei passi avanti significativi su tutti questo aspetti. Tognocchi ha pienamente ragione quando chiede che ci sia un dibatto più aperto e meno preconfezionato su alcune scelte strategiche per il nostro territorio; i massimi dirigenti del nostro partito, forse per lunga consuetudine dovuta alla comune militanza nei DS, agiscono spesso in splendida solitudine. Dobbiamo esigere una discussione più ampia, che coinvolga tutto il partito per tempo e senza pressioni “conformiste”.

Credo però che alcune scelte dell’area Letta non rendano più semplice, ma ostacolino questa richiesta. Prima di tutto, è evidente che rimanere fuori dall’esecutivo provinciale e dalla segreteria comunale di Pisa ha portato alla compressione del pluralismo interno a questi organismi, non certo alla loro apertura. Il secondo ostacolo è la forma organizzativa assunta dai “lettiani”, dove la disciplina di corrente fa premio su quella di partito. In assenza di minoranze culturali da proteggere, una tale strutturazione non è funzionale a rappresentare pezzi di società: piuttosto, serve a massimizzare il potere di contrattazione della componente e specialmente del suo vertice. Questo “congelamento”, oltre a creare sfiducia e sospetti, ci ha privato del contributo di tante persone valide che hanno un prezioso patrimonio di idee da mettere al servizio del nostro dibattito.

Quando vorranno accettare il confronto in mare aperto, il PD pisano sarà pronto a prendere il largo.

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