La verifica

È proprio il buon risultato che abbiamo ottenuto (vicino al 13%, pare) che ci consente di fare un’autocritica a viso aperto. Le analisi del voto ci dicono che la nostra mozione è andata bene tra i giovani (vicino al 20%) e progressivamente peggio al crescere dell’età. Per quello che se ne sa al momento, sembra che l’elettorato che si è rispecchiato di più in Marino sia quello giovane, colto e urbano. Non abbiamo sfondato in nessun altro settore. A Pisa abbiamo raccolto il 15% dei voti, ma soprattutto abbiamo ravvivato il confronto in ogni circolo, sottraendolo alla dinamica perversa dello scontro tra ex. Abbiamo imposto l’agenda su laicità, contratti di lavoro, energia. Non ci siamo riusciti su tutto il resto.

Non posso però scindere la verifica personale di questa avventura dalle ragioni per cui ho deciso di intraprenderla. Come molti sanno nel 2007 ho sostenuto con grande entusiasmo la candidatura di Rosy Bindi, perché ne condividevo la chiarezza dell’elaborazione politica, opposta alla fumosità di quella di WV. Secondo le logiche di questo mondo sarei dovuto stare (automaticamente?) con Bersani, ma la sua proposta non mi ha convinto fino in fondo, neanche con i correttivi ipotizzati da Enrico Letta (non torniamo alla socialdemocrazia) e Rosy Bindi (si alle primarie). La mozione Franceschini non mi ha mai attratto più di tanto, soprattutto a causa dell’eterogeneità dei suoi sostenitori e per il piglio troppo basato sull’antiberlusconismo. La mia mozione era quella di Godot.


Godot è arrivato nelle vesti di Ignazio Marino, candidato che ho sostenuto con grande convinzione nonostante avessi paura che la sua candidatura sarebbe stata dipinta come “monotematica”. Avrei preferito che Chiamparino e Marino sostenessero esplicitamente la corsa di Pippo Civati, giovane consigliere regionale della Lombardia e scrittore prolifico. Ma all’inizio della campagna congressuale chi era Pippo, all’anagrafe Giuseppe? Aveva uno dei migliori blog politici del paese, una buona esperienza politica come segretario provinciale del PD di Monza e un piccolo seguito limitato alla sua regione e al web.

Per dirla brutalmente, non credo che una “mozione Civati” avrebbe fatto molto meglio alle primarie: sicuramente avrebbe avuto più difficoltà ad attrarre appoggio di alcuni pezzi di apparato. Forse avrebbe avuto anche più difficoltà ad arrivare al 5% degli iscritti. Sono però altre le scelte che abbiamo pagato. Nel fare campagna sul territorio abbiamo incontrato due problemi, uno di credibilità e uno di forze a disposizione. Entrambe hanno avuto origine dal nostro scarso successo tra gli iscritti, che ha avuto un effetto diretto ed uno indiretto. Da una parte è difficile fare una campagna sul territorio quando mancano braccia per distribuire volantini e organizzare eventi. Dall’altra, il pubblico ed i media ci hanno considerato marginali perché non avevamo riscosso una percentuale maggiore. Le nostre risorse migliori sono state l’uso sapiente del web, che però parla ad un piccolo segmento dell’elettorato, e la forza espressa nei contenuti della nostra mozione. L’errore principale è stata la nostra incapacità di far breccia tra gli iscritti: non sarebbe stato impossibile, ma abbiamo pagato un duro tributo all’inesperienza. A livello nazionale Marino è partito male, inimicandosi i presidenti di circolo con una battuta surreale sulla questione morale. La nostra mozione non ha parlato per nulla dell’organizzazione del partito, e il documento sull’organizzazione dei circoli è arrivato troppo tardi. A livello locale, e qui parlo prevalentemente per me, siamo stati timidi nel proporci. C’era una larga fetta di giovani e meno giovani che hanno titubato a lungo prima di scegliere: volevano discontinuità nella classe dirigente ma non erano entusiasti di Franceschini. Hanno finito per scegliere lui o Bersani, ma se fossimo stati più intraprendenti sarebbe finita in modo diverso.

Cosa dobbiamo fare ora? Trovarci insieme, farci i complimenti per il bel lavoro, fare un po’ di festa, mettere su una rete di contatti. Poi basta. Guardarci bene dal chiuderci in una corrente. Ho deciso di appoggiare Marino per dare il mio contributo a far entrare negli organismi dirigenti del PD persone che sappiano portare una cultura politica adatta al nuovo millennio nella speranza che questo lievito faccia crescere tutto il partito. Il lievito si deve mescolare con il resto della pasta però, perché chiuso in una busta di plastica muore. Là fuori è pieno di dirigenti, iscritti ed elettori che non ci hanno votato ma ci guardano con speranza e simpatia. La prossima partita è quella dell’egemonia culturale, e siamo ben attrezzati per vincerla.

Un pensiero su “La verifica”

  1. La battuta di Marino sulla questione morale era maldestra (siamo d’accordo), ma il problema è talmente reale che, a scorrere i dati di queste ore in Calabria e Campania c’è da rabbrividire. E faccio notare che, a mercoledì, ancora non sappiamo per certo come è andata.
    Detto questo, sicuramente, rinchiudersi nel risultato non ha senso. Ma non ha nemmeno senso, almeno per me, “sciogliere le righe”. Abbiamo iniettato un vaccino laico e innovativo nel corpo del PD, ma per farlo crescere dobbiamo averne cura noi, perché i vincitori hanno altri programmi e non lo faranno.
    Noi dobbiamo essere corrente, non corrente di partito, ma corrente elettrica che illumina i luoghi bui di questo PD. Una scarica di energia che alimenti l’entusiasmo delle persone, che li faccia sentire parte di un progetto che non si ferma alle chiamate elettorali, un percorso costante fatto di piccoli eventi che continui a far vivere i temi importanti per cui questa sfida è nata.

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