In trasferta a Grosseto

A Pisa sono terminati i congressi di Circolo: Marino ha superato il 10%, e noi siamo contenti e convinti che si potrà fare molto meglio alle primarie aperte.

In questi giorni ho presentato la mozione varie volte, cambiando sempre un po’ lo schema perché non riesco a ripetere sempre le stesse cose. Questo è il canovaccio dell’ultima presentazione che ho fatto, Sabato pomeriggio in un circolo di Grosseto. Per la mozione Bersani c’era Anna Rita Bramerini, per la mozione Franceschini il bravo Alessio Scheggi. Ai marinai locali è piaciuto: a me è piaciuto il loro entusiasmo.

Il dibattito congressuale è la nostra grande occasione per parlare all’Italia, per mostrare che abbiamo una visione nuova e vincente di questo paese. Questo congresso avrà successo se gli Italiani ascoltando i nostri dibattiti percepiranno che Berlusconi e le sue idee appartengono al passato. Fino ad oggi è stato il contrario: è stato Berlusconi a farci apparire irrimediabilmente impolverati, vecchi e un po’ nostalgici del bel tempo che fu, quello in cui capivamo ancora qualcosa di quello che ci succedeva attorno. Purtroppo il tempo non torna indietro e l’unica nostalgia che ci possiamo permettere, come dice Pippo Civati, è quella del futuro.

Per costruire un’alternativa credibile e vincente dobbiamo capire quello che è successo in Italia negli ultimi 20 anni, capire il tipo di partito che meglio può servire a cambiare il paese e individuare il segretario più capace di guidare il partito.

Alle sfide della globalizzazione, della competizione internazionale e dell’immigrazione Berlusconi ha dato risposte semplici e seducenti che si sintetizzano in una parola: chiusura. All’altro, ai più poveri, a chi è meno fortunato e non ha santi in paradiso, a chi vuole rispettare le regole. Noi non siamo stati capaci di risposte così efficaci e comprensibili. La nostra ricchezza storica, quella di fare analisi politiche profonde, si è trasformata in un limite quando abbiamo pensato che l’elettorato fosse disposto a seguirci nei nostri ragionamenti complicati. Quando un uomo sta annaspando nel mare in tempesta non ha bisogno che gli spieghiamo il principio di Archimede. Vuole che gli gettiamo un salvagente. E non è interessato a sapere se il salvagente è socialdemocratico o cattolico democratico. Bisogna capire la complessità e lanciare risposte semplici. Pensate ai disastri che abbiamo combinato sul testamento biologico, sui respingimenti o sul nucleare. Capisco che 3 sia il numero perfetto, ma un partito non può sempre avere tre posizioni: si, no e forse. Per onestà intellettuale dobbiamo riconoscere che è ingeneroso far intendere che sia stata tutta colpa di Veltroni: non era Veltroni che andava irresponsabilmente sui giornali a esporre le proprie tesi per farsi pubblicità. In realtà molti leader hanno vissuto questi 22 mesi come una corsa alla visibilità per far partire in vantaggio la propria corrente nella lunga volata congressuale. La maggior parte di loro tra l’altro aveva appoggiato Veltroni alle primarie dell’Ottobre 2007, pur sapendo in anticipo di non condividerne le idee. E Veltroni li accettò di buon grado nelle sue fila. Per non spaccare il partito, si disse allora. In questi mesi dovremmo aver capito che non è il confronto che spacca il partito, ma la sua assenza ammantata dall’unanimismo.

Ignazio Marino ha lanciato la sua candidatura, e molti lo hanno seguito, quando ha avuto il timore che dietro Bersani e Franceschini ci fosse la solita coalizione eterogenea che si trova insieme per tatticismi, e non per identità di vedute. Abbiamo bisogno di un partito dica dei si e dei no chiari, che siano capiti da tutti gli italiani e possano convincere tutti gli elettori di centrosinistra. E’ questa la vocazione maggioritaria.

No al nucleare, alle liste bloccate per le elezioni dei nostri rappresentanti politici, allo sfascio della scuola pubblica, al precariato e alla flessibilità selvaggia nei contratti di lavoro, ad un sistema politico fatto per chi ne deve vivere, alla lottizzazione della Rai e delle Asl. Infine, no ad alleanze con le forze conservatrici.

Si ai finanziamenti per le energie rinnovabili, ai collegi uninominali per restituire ai cittadini un rapporto diretto con il proprio rappresentante, alla centralità della scuola pubblica, dell’università e della ricerca, al fondo di solidarietà per chi perde lavoro e al contratto unico di lavoro a tempo indeterminato, ad una legge seria sul conflitto di interessi, ad un fisiologico e doveroso turn over della politica che non consenta più l’occupazione di “poltrone” per tempi lunghi, ad alleanze con le forze riformiste e progressiste, ad un piano per l’integrazione degli stranieri e dei loro figli.

Sulla forma partito stiamo assistendo ad un dibattito che contrappone e divide iscritti ed elettori. Aver paura degli elettori, che sono quelli che ci devono votare, è un segno di debolezza: i progetti vincenti non si costruiscono chiudendo le porte. Siamo tutti d’accordo che ci siano stati problemi organizzativi. Anche qua è strumentale dare tutta la colpa a Veltroni: l’organizzazione in Toscana non mi pare abbia fatto miracoli e non mi pare fosse un covo di veltroniani. Forse la verità sta nelle parole di un vecchio dirigente democristiano del mio paese: quando proposi all’assemblea comunale di lanciare una campagna di ascolto dei cittadini mi disse che ero matto. Cosa avremmo avuto da dire di fronte alle loro insicurezze? “Se non sappiamo cosa dire è inutile uscire da queste stanze”.

Sappiamo anche che ci vuole un partito organizzato: noi ne siamo così convinti che, unici fino ad oggi, abbiamo scritto un documento intero sull’organizzazione. Però bisogna chiedersi cosa voglia dire fare un partito organizzato adatto ai tempi. Anche qua sento troppa nostalgia. I dibatti si risolvono sempre con grandi richiami a tornare ad un partito organizzato, disciplinato e via sognando di tornare a quell’ieri dove si stava tutti meglio. A chi pensa che la soluzione sia questa faccio sommessamente notare una cosa: quel partito c’era, veniva da una storia gloriosa, e si chiamava (P)DS. Ha preso il 20,3% alle politiche del 1994, il 21,1% nel 1996 e il 16,6% nel 2001. E’ passato attraverso sconfitte storiche senza riuscire a cambiare classe dirigente, e non è riuscito a dare stabilità ai governi di cui ha fatto parte. Guardiamo criticamente ai difetti del giovane PD, ma non ci dimentichiamo delle ragioni per cui l’abbiamo fatto.

Oggi costruire un partito partecipato (quindi vivo) vuole dire che i militanti non devono essere considerati una risorsa utile solo per portare volantini o servire alle feste dell’Unità, che pure sono servizi degnissimi, ma anche per creare idee. I circoli siano finanziati, siano messi in rete l’uno con l’altro, si scambino le migliori prassi. Gli iscritti contribuiscono a dare la linea al partito, votino con le doparie, dialoghino costruttivamente con le amministrazioni guidate dal partito. Vogliamo un partito che non sia schiavo delle correnti, e la discussione è l’unico antidoto alle correnti.

Una parola sulle primarie: così non vanno, perché rischiano di ridursi ad una conta. Dobbiamo farle meglio, formando un albo pubblico e pubblicamente consultabile degli elettori del PD, in modo da combattere le eventuali infiltrazioni. Quelle per il segretario nazionale siano fatte sul modello americano, lunghe un anno, fatte di dibattiti tra i candidati di regione in regione. Negli Stati Uniti funzionano proprio perché sono lunghe e promuovono il confronto e anche l’aggregazione dei candidati più simili. Ma non si può tornare indietro: avete sentito che anche Formigoni ora invoca le primarie aperte per il dopo Berlusconi? Una volta che abbiamo avuto una grande idea, capace di imporsi come metodo legittimo di selezione dei vertici del partito, la vogliamo sprecare?

Ignazio Marino è l’uomo più giusto per guidare questo partito: siamo pronti perché il segretario non provenga dalle file del PCI e della DC. I vecchi leader lo circondino, lo aiutino, lo facciano crescere. Ma difronte alle prossime sfide con Berlusconi e con il modello culturale che ha creato non dobbiamo correre il rischio di apparire già vecchi di fronte all’elettorato. Dobbiamo dare un segno di grande discontinuità, di sintesi tra le culture. Marino, professore di successo, può essere per il centrosinistra quello che sarebbe stato Prodi se avesse avuto un grande partito alle spalle.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *