Il discorso di candidatura

La candidatura è tramontata, ma magari il discorso serve a qualcun’altro.

Partire da questo luogo, dalla Stazione Leopolda, è un modo per dire cosa abbiamo in mente per il futuro di Pisa. Era il Marzo del 1844 quando fu inaugurata la prima tratta ferroviaria Toscana che collegava Pisa a Livorno. Oggi non ci sono più i binari, ma la stazione Leopolda è ancora piena di vita, quella di molte associazioni che la animano. Pisa ha una storia incredibile di innovazione tecnologica e coesione sociale, e sono ancora questi i valori da cui ripartire.
Vogliamo guardare al futuro con ottimismo, perché la politica si fa per questo, per lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato. Eppure siamo in un momento dove è difficile sorridere. Se dovessimo scegliere una parola, una soltanto, per descrivere il nostro tempo, useremmo la parola crisi. Crisi economica, certo, ma anche crisi della politica.

La crisi economica è arrivata quando nessuno se l’aspettava, innescata da ragioni lontane e particolari, ma non possiamo sperare che sia breve come quegli incubi che si fanno di notte e la mattina neanche si ricordano. Non è una crisi passeggera, ma la fine di un modello di sviluppo, forse di un’era, quella che vedeva i nostri paesi crescere verso un orizzonte che sembrava senza fine. Stipendi più alti, case più grandi, macchine più veloci. La fine di questo sogno prima ci ha colti di sorpresa, poi ci ha messo dentro un sottile senso di inquietudine. Soprattutto per noi un po’ più giovani; proprio ora che era arrivato il nostro turno. Camminando per la città, o girando per le sue periferie, si scopre da mille segni che la crisi la stanno pagando tutti, soprattutto i più deboli, gli anziani, i poveri. I negozi di quartiere chiudono, tante case sono sfitte, ci sono capannoni vuoti, a volte mai riempiti.

Tante cose positive sono state fatte fino ad oggi, pensiamo agli investimenti che stanno ridisegnando il volto del centro cittadino: grazie all’azione delle ultime amministrazioni Pisa sta diventando bellissima. Ma ora ci troviamo come quell’automobilista che di fronte ad un bivio imprevisto si chiede se ha una mappa aggiornata. Fuori di metafora la domanda è ineludibile: il modello che abbiamo pensato fino ad oggi regge se non riparte la crescita economica?

Quando in un’organizzazione c’è bisogno di un’idea per superare un ostacolo imprevisto, si aprono le porte, ci si mette in ascolto di chi sta fuori. È quello che ha capito Bersani, aprendo alle primarie quando poteva essere il candidato unico del PD: ha capito che non è più il tempo delle scelte prese dentro piccole stanze. Dobbiamo riconoscere che i partiti non riescono più a animare grandi dibattiti senza coinvolgere i cittadini, neanche il nostro. Se a Pisa il Partito Democratico deciderà di ritirarsi dentro al suo guscio, come una tartaruga impaurita che non si sente tranquilla nel mondo là fuori, daremo l’impressione di preferire la conservazione degli equilibri di potere all’apertura. Impressione rafforzata dal fatto che neanche quattro anni fa si tennero le primarie per il sindaco.

Noi saremo leali con il Partito Democratico, che è il nostro partito e che molti di noi hanno contribuito a fondare. Non stiamo progettando fughe verso improbabili percorsi esterni. Ma chiediamo all’assemblea comunale di essere altrettanto leale con i valori del PD: lunedì i 133 componenti dell’assemblea si raduneranno e potranno decidere di chiudere alle primarie oppure stabilire un tempo congruo per permetterci di consultare gli iscritti e sapere se trovano convincente la nostra proposta. Paolo Fontanelli ha scritto che fare le primarie dopo il primo mandato non ha senso se il sindaco ha governato bene: eppure anche a Pisa, in tempi passati, si sono fatte le primarie per chi aveva terminato il primo mandato con pieno sostegno del partito. In Italia un quarto delle primarie comunali fatte dal 2007 a oggi hanno riguardato amministrazioni al primo mandato. E sappiate che nell’80% dei casi queste primarie sono state vinte dal candidato del PD. Non abbiate paura.

La mia candidatura, le nostre idee

Molti amici con cui ho condiviso il percorso di questi mesi mi hanno invitato a candidarmi. Mi hanno chiesto il coraggio di un gesto che è molto impegnativo, perché ho un lavoro che mi piace nel mondo là fuori e una famiglia da costruire. Ho deciso di accettare, perché le idee, anche le migliori, hanno sempre bisogno di un paio di gambe su cui camminare: oggi le mi sono a disposizione, per fare un pezzo di strada insieme.

Abbiamo elaborato molte idee in questi mesi per disegnare un modello di sviluppo sostenibile che renda Pisa più vivibile e accogliente nonostante il quadro economico sia sfavorevole.

L’ambiente è il primo bene comune da tutelare, e non possiamo sacrificarlo per rincorrere un’idea vecchia di sviluppo. Il modello è Friburgo: trasporti pubblici efficienti, car sharing, bike sharing. La raccolta differenziata deve crescere di più, per cui è urgente adottare il porta a porta. Bisogna essere rigorosi nell’esigere standard energetici elevati negli edifici di nuova costruzione e per favorire il miglioramento di quelli esistenti. Bisogna difendere i beni comuni come l’acqua o come le spiagge, per difendere il diritto dei cittadini di goderne a prescindere dal loro reddito.

Arte, cultura e creatività sono la nostra ricchezza , e possono essere il motore dello sviluppo: Pisa è ricca di antichi tesori ma è anche attraversata da un nuovo fermento artistico. Oggi dobbiamo ringraziare il Palazzo Blu e lo spontaneismo dei tanti giovani artisti, ma la politica culturale può mirare più in alto. Abbiamo autentici tesori dell’arte che nessuno vede. A volte penso che sia più facile vincere al superenalotto che incontrare un turista che abbia visitato il museo di San Matteo. Il fiume, bellissimo: chiediamoci se non si possa utilizzare meglio.

Pisa è una città che invecchia, come il resto della Toscana. Un cittadino su 4 ha più di 65 anni, il 20% in più che nel resto di Italia. I quartieri devono essere accoglienti, e lo possono essere se collochiamo dei community center in ognuno e sosteniamo i negozi di prossimità. L’ubriacatura dei grandi centri commerciali è finita, questo modello mostra la corda, e nella città di 200.000 abitanti si vedono ormai grossi edifici vuoti. Rischiamo di avere, tra venti anni, meravigliosi esempi di archeologia commerciale, dove forse dovremo piantare dei rampicanti per ingentilirne l’impatto. Dove vogliamo andare? Quando parliamo di community center immaginiamo luoghi aperti, dove ricostruire il senso di appartenenza e partecipazione alla comunità. Non sono ne’ i centri sociali ne’ tantomeno strutture sociali, ma spazi comuni e strutture da riusare per ridare vita alla gratuità e vivere i quartieri come luoghi dove ricostruire la sicurezza a partire dal controllo sociale. Se poi riusciremo a collocarli in prossimità delle case della salute o delle aggregazioni di medici di famiglia aperte h 24/24 sarà un valore aggiunto. Con la crisi cresce anche la marginalità sociale: dobbiamo imparare che non sempre è utile affrontare queste situazioni con gli strumenti dell’ordine pubblico. Spesso un assistente sociale bravo vale tre carabinieri.

La crisi della politica nasce quando i partiti cominciano ad utilizzare i posti del sottogoverno come posizioni per sistemare politici in attesa di ricollocamento. I cittadini non lo sopportano più. Noi proponiamo l’istituzione di un’anagrafe pubblica dei nominati accessibile on-line, dove sia possibile accedere al CV di ogni persona completo di esperienze di studio, politiche e professionali. Inoltre, i vertici delle partecipate più rilevanti dovranno essere preselezionati da agenzie specializzate.

Noi non facciamo rottamazioni. Ma non si può neanche pretendere di vincere il difficile campionato che ci aspetta schierando ancora il mitico Lamberto Piovanelli come centravanti,come nel 1990: c’è una classe dirigente diffusa soprattutto in quel mondo grigio che sta tra politica ed economia che ha già dato quello che poteva. E come dice Ligabue, quando hai dato troppo devi andare e fare posto.

Lasciatemi concludere citando Don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.” A noi piace la politica, e se ognuno di noi si impegnerà, regaleremo a Pisa un futuro migliore.

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