I dialoghi

Se vogliamo conquistare la maggioranza del paese dobbiamo mettere in soffitta la sindrome che ci fa dire o pensare “noi siamo i buoni”. Addirittura nei film western non si sa più se gli indiani siano i buoni o i cattivi, figuriamoci poi nel mondo reale. Noi siamo di sinistra, ovvero abbiamo degli ideali ispiratori diversi da quelli delle persone di destra, concezioni del mondo e dell’uomo un po’ diverse. Ma su molte cose “i buoni” di entrambi gli schieramenti si possono trovare d’accordo (“there is no right or left way to pave a street”): su altre discuteranno in modo acceso.
In Italia la destra deve superare il suo storico complesso di inferiorità culturale, mentre la sinistra deve soffocare la pretesa di essere “moralmente superiore”. Si può denunciare l’immoralità di un leader, di un gruppo dirigente; difficilimente si può mettere in discussione la moralità di metà paese.

Per questo, soprattutto per allenarmi al dialogo e per constringermi allo studio non superificiale, ho lanciato un gioco con alcuni amici che votano a destra. Chi vuole si può aggiungere. Sono esperimenti di dialogo su questioni per lo più concrete, che naturalmente, come tutte le questioni politiche, hanno ripercussioni a livello più alto.
La prima a cui rispondo è Nica, che mi chiede cosa ne penso della riforma “anti-fannulloni” di Brunetta.

Tradizionalmente la pubblica amministrazione italiana ha avuto due problemi: un costo elevato e un’efficienza molto bassa. I ministeri, le amministrazioni decentrate e le aziende pubbliche sono state utilizzate spesso per scopi clientelari, per assumere persone e conquistare consenso e voti. La necessità di una profonda riforma della pubblica amministrazione è stata avvertita in modo deciso all’inizio degli anni ’90, quando la crisi della “prima repubblica” e gli enormi problemi di bilancio pubblico hanno imposto di abbassarne per lo meno il costo.

Il merito storico delle prime azioni efficaci va soprattutto a Franco Bassanini, che quando dal 1996 al 2001, quando faceva parte dei governi di centro-sinistra, ha introdotto numerose riforme della pubblica amministrazione, spesso con la collaborazione del centro destra (ben 241 emendamenti proposti da Frattini furono inseriti nelle 5 leggi “Bassanini”). Alcune di queste riforme sono state messe in pratica ed hanno dato i loro frutti (basta pensare all’autocertificazione, alla discesa del numero dei dipendenti pubblici e del costo della pubblica amministrazione ai livelli degli altri paesi OSCE). Le riforme però non vanno solo scritte, ma anche implementate giorno dopo giorno; questo non è stato fatto, e molte regole sono rimaste lettera morta. In quella stagione di riforma si era capito che il problema dell’efficienza andava risolto con la valutazione e gli incentivi: il lavoro dei dipendenti pubblici e delle loro strutture andava sottoposto a valutazione e una parte dello stipendio avrebbe dovuto dipendere da quella valutazione. Inoltre, si era anche introdotta una misura per rendere i dipendenti pubblici licenziabili come quelli del settore privato (ovvero per “giusta causa”). Nulla di questo si è davvero verificato, perché in mancanza di valutazione i premi sono stati dati a tutti, e i licenziamenti sono stati pochissimi. Dal 2001 al 2008 non è stato fatto più nulla, perché i governi che si sono succeduti (Berlusconi dal 2001 al 2006, Prodi dal 2006 al 2008) hanno avuto altri pensieri.

Oggi Brunetta sta lavorando per riprendere la stagione di riforme della PA, e gli scopi dichiarati, ovvero migliorare l’organizzazione del lavoro, la qualità delle prestazioni erogate dal pubblico, ad avere adeguati livelli di produttività e a riconoscere meriti e demeriti di dirigenti pubblici e personale” sono naturalmente condivisibili. A Ottobre è stato emanato un decreto che attua la legge 15/09 è del 4 marzo 2009. Secondo le misure previste nel decreto la parte di stipendio legata alla qualità del lavoro dei dipendenti pubblici non potrà andare più a tutti in maniera indiscriminata: i dipendenti di alcune amministrazioni (principalmente i ministeri) verranno divisi in tre gruppi. Al 25% dei “migliori” andrà un certo incentivo, il 50% dei “medi” potrà aver diritto ad un incentivo dimezzato, mentre gli ultimi 25% prenderanno soltanto il loro salario di base. I dirigenti saranno premiati a seconda degli obiettivi raggiunti dalle strutture che dirigono. Una parte importante della legge, quella che introduce i meccanismi di valutazione indipendente, è stata ispirata da un disegno di legge del Partito Democratico elaborato da Pietro Ichino e che Brunetta ha avuto il merito di accogliere con spirito bipartisan.

Come dice Ichino, che sulle questioni del lavoro e della pubblica amministrazione è l’esperto a cui guardo con più fiducia e che, non a caso, sosteneva la mozione Marino, la riforma ha qualche difetto: l’agenzia di valutazione non è veramente indipendente ma diretta dai politici, la società civile non è coinvolta nella valutazione, i dirigenti non sono responsabilizzati come nel settore privato (Brunetta a Porta a Porta ha esplicitamente detto che sarebbe stato giusto farlo ma non si è fidato). Però potrebbe essere un passo avanti importante, a patto che venga implementato a dovere nel tempo. Come per le riforme di Bassanini il giudizio sarà possibile solo tra qualche anno.

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