Guardando indietro: il primo post da ex consigliere provinciale

È passata mezzanotte. Si è quindi conclusa la mia esperienza come consigliere provinciale, è scaduto il mandato che era iniziato con le elezioni del 6-7 Giugno 2009. Non voglio certo fare un bilancio, non ne sarei in grado così a caldo, ma vorrei condividere con voi che in qualche modo mi avete seguito alcuni pensieri sparsi, spunti di riflessione presi un po’ a caso tra i mille che si potrebbero cogliere, riflessioni del tutto personali ma che forse hanno un qualche interesse per noi appassionati di politica. Queste note sono dedicate a tutti i miei compagni di viaggio di questi anni, quelli che hanno lavorato per la mia candidatura, quelli che hanno fatto politica con me in questi anni, quelli che nello stesso periodo mi hanno accompagnato in altri sentieri della mia vita ma sono stati coinvolti, volenti o nolenti, da questa mia passione.

In politica un anno è un secolo, figurarsi quanto è cambiato lo scenario dal 2009. Sembra di fare archeologia, ma mi sono divertito a riprendere i miei appunti su come maturò la mia candidatura. Dato che è passato così tanto tempo nessuno se la prenderà a male se la mia esposizione sarà schietta. Eravamo ad Aprile, il congresso che avrebbe incoronato Bersani era ancora lontano, e nel campo del PD gli schieramenti interni ricalcavano ancora le divisioni dalle primarie del 2007 in cui avevo appoggiato con entusiasmo la linea di Rosy Bindi. Al momento di scegliere le candidature per le elezioni provinciali il PD locale non era molto propenso a dare spazio al pluralismo interno, e il segretario dell’epoca, Ivan Ferrucci, sosteneva che la selezione delle candidature fosse un affare da delegare alle varie unioni comunali: ogni assemblea comunale avrebbe dovuto indicare i propri candidati. L’assemblea territoriale avrebbe poi dovuto formalizzare la lista. Ovvio che con una regola del genere tutte le minoranze interne rischiavano di essere tagliate fuori, ma la cosa all’epoca non sembrava un problema, forse perché l’idea del PD come partito plurale non aveva ancora piena cittadinanza. Per quanto mi riguarda, non avevo particolare voglia di imbarcarmi in quest’avventura: avrei sinceramente preferito dedicarmi alla politica comunale. Eppure, quando gli altri animatori provinciali dell’area “Democratici Davvero” decisero di spingere sul mio nome, pensando che avrebbe potuto avere qualche possibilità, accettai. Il processo di selezione delle candidature fu, per usare un eufemismo, molto combattuto: a riguardare le mie note di quei giorni, le persone che più si dettero da fare per farmi entrare in lista furono Stefano, Silvia, Arianna, Rosalinda e Franco. Sembra passato un secolo. Forse si dette da fare anche Rosy, ma non l’ho mai saputo con certezza. Per molti dei mie amici cascinesi, alle prime esperienze politiche e provenienti in gran parte dall’associazionismo, quella prima battaglia politica interna fu molto dura. A distanza di cinque anni li ringrazio tutti, per l’esperienza meravigliosa che mi hanno consentito di vivere.

Cattura

Appena dentro il consiglio conobbi persone meravigliose. Samuele Agostini, consigliere provinciale uscente con cui già da tempo era nato un bel rapporto di amicizia, mi preannunciò che mi sarei letteralmente innamorato di alcuni miei colleghi: primo tra tutti Ermanno Conti. Con la sua solita schiettezza Samuele mi disse anche chi non avrei amato. Oggi, nell’ultima riunione del consiglio, tanti hanno ricordato la figura di Ermanno, un vero maestro:il nostro capogruppo, Manolo Panicucci, ha detto che Ermanno era uno dei consiglieri più difficili con cui avere a che fare, perché apparteneva alla categoria degli spiriti liberi. Convinzioni profonde e rigore, che non andavano però a discapito della sua grande capacità di ascolto: quando si convinceva della bontà di un’idea, non credo ci fosse modo di richiamarlo alla disciplina di partito. Conservo con gelosia alcune discussioni cha abbiamo avuto sul testamento biologico e sulla laicità: ci ha lasciato troppo presto.

Giampaolo Gorini, un altro consigliere uscente che è stato per me un riferimento, mi rivolse subito un consiglio che suonava un po’ come un’autocritica: “tieni un rapporto stretto con chi ti ha eletto, mantieni un dialogo con i cittadini”. E ho provato a dargli retta, pubblicando aggiornamenti su questo blog e cominciando a spedire qualche newsletter sulle mie attività in consiglio. Per onestà intellettuale devo dire che l’esperimento è riuscito solo in parte. Pian piano la newsletter si è spenta, e nel blog ho cominciato a parlare sempre di più di politica nazionale o di riflessioni interne al PD e sempre meno della mia attività istituzionale. Sul perché questo sia successo ho qualche idea, che non vorrei sembrasse troppo auto assolutoria: se escludiamo quelle 3 o 4 persone che speravano gli trovassi un lavoro, alcuni contatti di conoscenti interessati a parlare con gli assessori, pochi casi in cui i consiglieri sono stati contattati per prendere una posizione pubblica (come questa), gli elettori non sembravano molto interessati a mantenere un canale di comunicazione aperto con noi consiglieri di maggioranza.

Da subito ho avvertito la marginalità del consiglio provinciale nel circuito della rappresentanza, e la situazione si è aggravata quando il dibattito politico ha reso marginale anche l’ente Provincia in quanto tale. Le competenze delle Province sono (erano) prevalentemente di programmazione e lontane dall’avere un impatto diretto sulla vita dei cittadini, con l’eccezione dei servizi per l’impiego,della manutenzione delle strade e della regolamentazione della caccia. Per tutto il resto, anche per le cose più importanti come le competenze sull’urbanistica, sui rifiuti o sull’energia, i referenti sono i Comuni più che i cittadini. E questo rende difficile il ruolo dei consiglieri, soprattutto quelli di maggioranza; si crea naturalmente un canale diretto tra sindaci e giunta provinciale, specialmente quando sono espressione dello stesso partito, che marginalizza il consiglio nella dialettica politica. Non a caso nelle nostre sedute consiliari abbiamo dedicato metà del tempo, forse più, a discutere dei crocefissi nelle scuole (vi ricordate?), dell’immigrazione, delle persecuzioni dei cristiani in Pakistan o delle donne di Berlusconi, replicando in tono minore dibatti già svolti in altre aule o sui giornali. Per questo, devo dire, sono stato uno dei pochi consiglieri provinciali a non votare l’ordine del giorno, preparato dall’UPI, che stigmatizzava la riforma delle Province caldeggiata dagli ultimi governi. Non perché creda che la riforma delle Province sia stata ben congegnata, tutt’altro, ma perché mi sono fatto gradualmente l’idea che a competenze invariate il Consiglio non sia l’organo giusto per svolgere le funzioni di raccordo tra i territori e l’amministrazione. Non mi straccio quindi le vesti per la trasformazione delle Province in enti di secondo livello, ma ritengo essenziale che si prendano tutte le misure necessarie per assicurare che nei nuovi Consigli sia assicurato il pluralismo politico. L’opposizione, con le sue interrogazioni e interpellanze sugli atti della Giunta, ha svolto in questi anni un ruolo fondamentale.

Tutto sommato, nei primi due anni abbiamo lavorato abbastanza bene: la giunta presentava nel gruppo gli atti da adottare, mi ricordo riunione in cui abbiamo discusso animatamente delle priorità di bilancio, di alcuni aspetti degli atti di programmazione e delle operazioni straordinarie. Poi, come ricordava oggi il presidente Andrea Pieroni, è arrivato il tempo dei tagli selvaggi e della perdita di autonomia della Provincia, seguiti dalla messa in discussione dello stesso ente. Da lì in poi c’è stata una sorta di smobilitazione generale, l’attività di indirizzo politico si è ridotta a ben poca cosa così come le attività del consiglio.

Ci sarebbero tante altre cose di cui parlare, e forse troveremo il tempo e il modo per farlo. Con tutti i suoi chiaroscuri quest’esperienza è stata straordinaria e mi ha consentito di crescer molto. Se guardo cosa scrivevo all’inizio di quest’esperienza faccio fatica a riconoscermi. Un professore con cui collaboro mi chiese se aver studiato scienza politica facesse di me un consigliere migliore. No, gli risposi: ma sicuramente fare il consigliere mi ha fatto imparare tanto di più sulla politica, e forse ha fatto di me uno studioso migliore.

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