Lettera aperta alla città sulla prostituzione

La prostituzione è un problema di sicurezza sociale: sono a rischio i diritti umani delle persone che si prostituiscono e la qualità della vita degli abitanti delle zone dove il fenomeno è più visibile. Pensare di risolvere una questione del genere soltanto con la repressione non funziona. L’esperienza delle altre città italiane, e anche la storia di Pisa, dimostra che le politiche incentrate esclusivamente sulle ordinanze che vietano la prostituzione di strada sono inefficaci per limitare il fenomeno ma soprattutto pericolose per chi si prostituisce. L’osservazione di alcune buone prassi adottate in Italia e all’estero, il confronto con gli operatori di strada e con i cittadini indica che si può fare di meglio: la soluzione più efficace passa dal lavoro con le comunità locali per il miglioramento della qualità della vita e l’abbassamento delle conflittualità sociali oltre che su un’opera di sensibilizzazione rivolta ai clienti.
L’approccio che proponiamo si basa su due azioni concrete:

  1. la zonizzazione negoziata;
  2. una campagna comunicativa.

Solo in presenza di queste due misure, qualora da sole non fossero sufficienti ad abbassare la conflittualità sociale, si potrebbe pensare a un’ordinanza per rafforzare la zonizzazione.

Perché l’ordinanza è inefficace?
Gli operatori che vanno in strada trovano sulla via Aurelia lo stesso numero di persone che si prostituiscono, magari in zone un po’ meno visibili. Uno studio promosso nel 2009 da vari enti che gestiscono unità di strada in 56 comuni che hanno adottato ordinanze simili ha evidenziato questi effetti:
• diminuzione variabile, ma per lo più temporanea, dei contatti tra unità di strada e prostitute;
• Aumento del turn-over, cioè dell’arrivo di nuove prostitute spesso giovanissime e con bassissimi livelli di istruzione, da cui gli sfruttatori pretendono una veloce restituzione del debito;
• Spostamento della prostituzione verso i luoghi chiusi, come appartamenti o locali, per venire incontro alle preferenze dei clienti che hanno paura delle multe.

Perché è pericolosa?

La pericolosità dell’ordinanza ha quattro cause:
• La contrattazione in strada è più veloce per paura delle multe, quindi chi si prostituisce non ha il tempo per capire se si trova di fronte a una persona ubriaca o sotto effetto i droga
• Le persone che si prostituiscono si spostano in zone meno visibili, dove è più difficile chiedere aiuto in caso di bisogno. Le forze dell’ordine sono percepite come ostili, e non come una possibile protezione in caso di pericolo. Chi vive in condizione di violenza e sfruttamento non vi si sottrae certo spostandosi in appartamento o nei locali notturni controllati dalla criminalità.
• I contatti con gli operatori di strada che fanno opera di riduzione del danno (informazioni sanitarie, distribuzione di preservativi) è reso più difficile. Di conseguenza, diminuisce anche la possibilità per le vittime di tratta di richiedere protezione secondo l’art. 13 e l’art. 18.

• Questi effetti si ripercuotono negativamente anche sulla salute pubblica dato che, il fatto che le persone siano più difficilmente raggiungibili dagli operatori di strada, implica che ricevano meno informazioni, meno preservativi e meno accompagnamenti sanitari.

Cosa si può fare (di meglio) a livello locale
A legislazione vigente è possibile fare di più e meglio per abbattere la conflittualità sociale e l’insicurezza dei cittadini migliorando allo stesso tempo la sicurezza di chi si prostituisce.
L’esperienza di Venezia è particolarmente istruttiva al riguardo: di fronte alle segnalazioni dei cittadini esasperati dalla prostituzione di strada l’amministrazione ha risposto velocemente non trascurando però la complessità del fenomeno (vedi approfondimento sul caso Venezia). La filosofia dell’intervento girava intorno a tre cardini: la ricerca continua della mediazione tra gruppi di popolazione diversa; il coinvolgimento dell’assessorato alle politiche sociali, degli operatori del servizio e della Questura; il rafforzamento dell’investimento comunale in interventi sociali (più che di ordine pubblico).
In pratica, si è stilato un elenco delle zone off-limits per la prostituzione (quelle dove era più alta la conflittualità sociale) e, tramite la mediazione sociale, si sono incoraggiate le persone che si prostituiscono a spostarsi in luoghi a minore impatto sociale le cosiddette “aree di espansione”. A Venezia la zonizzazione è stata concepita come una soluzione dinamica, senza individuare rigidamente zone fisse. Qualora i cittadini dell’area interessata protestino vengono individuate nuove aree. Comunque, i requisiti delle “aree di espansione” sono: buona illuminazione, presidio delle forze dell’ordine, monitoraggio e controllo degli operatori di strada, presenza di un buon arredo urbano e di luoghi di sicurezza. Un modello di questo tipo, promuovendo integrazione, favorisce anche il contrasto del racket. Altri esempi di zonizzazione si trovano in Belgio, ad Amsterdam e in alcune città inglesi.

I cittadini vanno resi protagonisti di questa politica, devono diventare le antenne degli operatori sul territorio: basta fornirgli un numero a cui contattare gli operatori dell’unità di strada, che possono porsi come primi mediatori tra gli abitanti dei quartieri e le persone che si prostituiscono

Nel frattempo, non bisogna rinunciare a un intervento di prospettiva, l’educazione dei clienti. Il ministero dell’Interno stima che 11 milioni di italiani paghino per ottenere prestazioni sessuali. I clienti delle prostitute appartengono ad ogni ceto e classe di età. Ma non sono consapevoli che la grande maggioranza delle persone che si prostituiscono siano soggette a sfruttamento e che moltissime siano addirittura vittime di tratta. È quindi necessario accompagnare gli interventi di breve e medio periodo con una campagna di comunicazione dai toni forti, sul modello di quella recentemente realizzata nel XI municipio romano dai consiglieri Matilde Spadaro e Vincenzo Vecchio, nei luoghi di maggiore diffusone della prostituzione.

Ma voi siete contro ogni ordinanza, sempre?
In linea di principio sì, perché la responsabilità della pubblica sicurezza dipende prevalentemente da altre istituzioni, con cui il comune si deve mettere in relazione assumendo il ruolo di regista complessivo degli interventi. Ci possono essere delle eccezioni: nel caso in cui la mediazione sociale non basti a far funzionare la zonizzazione, dopo aver provato altri mezzi, si potrebbe anche adottare un’ordinanza temporanea che vieti esplicitamente la prostituzione nei luoghi di maggiore densità abitativa o ad alta criticità sociale. In questo caso però gli effetti negativi sarebbero fortemente limitati dall’esistenza di zone in cui il fenomeno è tollerato.

Non ho capito bene, voglio approfondire.
Questo documento di proposta scaturisce da un incontro di tre ore con circa 100 cittadini, operatori sociali, attivisti e militanti politici. Ma molte delle fonti che abbiamo utilizzato per approfondire si trovano su internet:

Prostituzione e Tratta, Diritti e Cittadinanza – Le proposte di chi opera sul campo.

Rapporto di monitoraggio sulle ordinanza anti prostituzione.

Approfondimento sullo Zoning a Venezia.

Campagna “Prima di comprarla rifletti”.

Potete fare anche di più, scrivendoci per fare delle osservazioni e per migliorare questo testo.

(il testo è stato redatto da Stefano Landucci e Federico Russo, con la collaborazione di molte altre persone)

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