Della disciplina e della Costituzione

La rimozione di Mineo dalla commissione Affari Costituzionali è un atto politico grave, oltre che un errore.

Renzi e i suoi dicono che non accettano veti, che in commissione i parlamentari rappresentano il partito, che il partito ha preso una posizione netta, che Renzi non ha preso il 41% per lasciare l’Italia in mano a Mineo.

E dimenticano però qualche dettaglio.

Che l’accordo per questa riforma è maturato in un incontro con il capo dell’opposizione, e non certo dopo un confronto con il proprio partito.

Che gli organismi del partito hanno ratificato l’accordo a larga maggioranza senza discuterlo seriamente, con un voto di fiducia a Renzi insomma, e soprattuto senza dire nulla per confutare le le argomentazioni di Chiti/Mineo/Civati. Mi ricordo una lezione di Bobbio, in cui spiegava che il metodo democratico è composto da due momenti, la discussione e il voto. La discussione deve precedere il voto però.

Che Renzi non ha mai preso un voto sulla non elettività del Senato, neanche, questo è importante,neancge nel suo discorso di investitura su cui il parlamento gli ha votato la fiducia.

Che in materia di riforme costituzionali sarebbe bene che il governo facesse lavorare il parlamento senza imporre la regola del prendere e lasciare. E che i partiti dovrebbero fare altrettanto. Diamo uno sguardo al passato: mi piacerebbe sapere quanti, della commissione dei 75, sono stati sostituiti dai loro partiti perché non abbastanza allineati.

Poi ci sarebbe la questione dell’errore politico: per esempio che bisognerebbe cercare di fare le cose bene, di creare un consenso largo (i 2/3?), e che  se si va al referendum ce lo voglio vedere Renzi a difendere un Senato di nominati. Ma ho fatto tardi.

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