La prima repubblica è dentro di noi

Vi vedo, lì dietro i vostri schermi, che bofonchiate: “siamo tornati alla prima repubblica”. E tutto per il governo Gentiloni? Ci sono segni ben più evidenti, cari miei. La prima repubblica è quella chiave che pensavate di avere perso e invece se n’è stata sempre lì con voi, tutto questo tempo. Nella tasca interna del vostro cappotto. Pronta a risaltare fuori appena si impone il cambio di stagione. Perché in realtà, evocando la prima repubblica, pensate a quella antica sapienza che sapeva mettere in scena contrasti ideologici insanabili, questioni di principio, lotte al calor bianco, che si smussavano poi in compromessi barocchi. Questa arte è parte della nostra cultura, unisce giovani e vecchi, destra e sinistra. Proprio oggi ne ho avuto una conferma strabiliante.

Riunione di un dei tanti organi dell’università, composto da docenti e studenti. All’ordine del giorno la composizione di una delle tante commissioni, in cui hanno diritto a sedersi due studenti. Ora, due è un numero bastardo. Quali scegliere? I rappresentanti sono divisi in due liste, una di maggioranza, l’altra di minoranza. La lista di maggioranza, sinistra dura, li vuole entrambi. La lista di opposizione rivendica un posto. Si scannano davanti ai nostri occhi, in punta di sofismo. La rappresentanza, la volontà popolare, il mandato elettorale, il consenso personale, il diritto di tribuna. I cellulari sfrigolano, immagino war rooms delle due liste che consigliano strategie argomentative. Disputa insanabile, nessuno può cedere. Poi uno stimato docente prende la parola, ed il suo intervento rischia di far pendere la bilancia per una rappresentanza partietica. Il presidente, divertito ma un po’stanco, dichiara che si metterà ai voti la questione. E qui la chiave perduta dal nonno, meravigliosamente, salta fuori nel cappotto del nipote. “Sentite”, propone uno della maggioranza: “tanto io fra poco mi laureo. Facciamo che noi ne prendiamo due, e quando mi dimetto subentra uno dell’altra lista”.

Sobbalzo sulla sedia, e incrocio lo sguardo di un collega che, si vede, ha avuto lo stesso mio pensiero. Il patto della staffetta tra Craxi e De Mita, metà degli anni ottanta, piena epoca del pentapartito. Il rappresentante della minoranza accetta. Forse, penso, quel capitolo di storia l’ha saltato.

In effetti

Perché aprire le spiagge di Ostia ai senzatetto?
Ma poi, queste sorelle Traborrelli esisteranno davvero?

Ostia, il presidio dei balneari ferma i varchi al mare – Corriere.it

«Noi siamo d’accordo ad aprire le nostre spiagge ma il progetto andava concordato. Esiste un problema di ordine pubblico, di sicurezza in spiaggia, chi controllerà chi entra, soprattutto se si tratta di sbandati e senzatetto?», si chiedono le sorelle Taraborrelli, titolari dello stabilimento Battistini.

P.S. Vai Marino, apri questi varchi.

Della disciplina e della Costituzione

La rimozione di Mineo dalla commissione Affari Costituzionali è un atto politico grave, oltre che un errore.

Renzi e i suoi dicono che non accettano veti, che in commissione i parlamentari rappresentano il partito, che il partito ha preso una posizione netta, che Renzi non ha preso il 41% per lasciare l’Italia in mano a Mineo.

E dimenticano però qualche dettaglio.

Che l’accordo per questa riforma è maturato in un incontro con il capo dell’opposizione, e non certo dopo un confronto con il proprio partito.

Che gli organismi del partito hanno ratificato l’accordo a larga maggioranza senza discuterlo seriamente, con un voto di fiducia a Renzi insomma, e soprattuto senza dire nulla per confutare le le argomentazioni di Chiti/Mineo/Civati. Mi ricordo una lezione di Bobbio, in cui spiegava che il metodo democratico è composto da due momenti, la discussione e il voto. La discussione deve precedere il voto però.

Che Renzi non ha mai preso un voto sulla non elettività del Senato, neanche, questo è importante,neancge nel suo discorso di investitura su cui il parlamento gli ha votato la fiducia.

Che in materia di riforme costituzionali sarebbe bene che il governo facesse lavorare il parlamento senza imporre la regola del prendere e lasciare. E che i partiti dovrebbero fare altrettanto. Diamo uno sguardo al passato: mi piacerebbe sapere quanti, della commissione dei 75, sono stati sostituiti dai loro partiti perché non abbastanza allineati.

Poi ci sarebbe la questione dell’errore politico: per esempio che bisognerebbe cercare di fare le cose bene, di creare un consenso largo (i 2/3?), e che  se si va al referendum ce lo voglio vedere Renzi a difendere un Senato di nominati. Ma ho fatto tardi.

Cambio di vocale

Oggi c’è un bel reportage sulla Stampa, a firma Domenico Quirico. Siamo in Crimea dove, tra l’entusiasmo della folla filo-russa, una persona piange. Si chiama Volodimir, “mi raccomando Volodimir: in ucraino. Non Vladimir».
Mi ha fatto ricordare una scena che ho vissuto nel 2006, sull’aereo che mi riportava da Kiev a Fiumicino. Avevo un posto al finestrino, gli altri due erano liberi. All’ultimo, accanto a me si misero a sedere una ragazza ucraina e il suo piccolissimo bambino. Oltre che molto bella, me la ricordo piuttosto bene, la mia vicina era davvero simpatica; cominciammo a parlare, mi raccontò che aveva sposato un commerciante italiano, ma tornava spesso a casa per vedere i suoi genitori. E anche per vedere la sua terra, che le mancava. Poi mi chiese cosa avevo visto nel mio soggiorno. Le dissi che eravamo stati a Kiev, certo un po’ grigia, e la bellissima Leopoli. Ma per fare quello bravo, non dissi Leopoli. No, dissi “Lviv”.
In un attimo, il suo sorriso si rovesciò in un’espressione severa: “Lvov”, mi corresse. Poi si girò verso suo figlio.
La nostra interessante conversazione, più o meno, morì lì.

L’economia della provincia

Dal 2001 al 2011 la provincia di Pisa ha perso un quarto dei suoi occupati nell’industria manifatturiera. In Toscana le cose non sono andate molto meglio a dire il vero. Sono dati che assomigliano a una desertificazione:

Provincia di Pisa – L’industria manifatturiera

All’interno della provincia di Pisa, tra i comuni con maggiore consistenza dell’occupazione manifatturiera troviamo un andamento peggiore di quello medio provinciale nel capoluogo, dove gli addetti si sono ridotti da circa 5.300 a 3.500 (-34%), e nei comuni di Bientina (da circa 1.700 a 1.050 addetti, -39%), Cascina (da 1.850 a 1.200, -35%), S.Maria a Monte (da 2.500 a 1.700, -32%) e Volterra (da circa 700 a 500, -31%). Più vicina alla media provinciale la situazione di Calcinaia (da circa 2.450 a 1.800 addetti, -27%), Montopoli (da 1.950 a 1.400, -27%) e S.Croce (da 5.600 a 4.200, -26%).

A partire dai dati del censimento pubblicati dalla Provincia, per ogni comune ho messo in relazione il numero di addetti del manifatturiero con i residenti in età lavorativa. Una fotografia approssimativa, un appunto per capire meglio quanto sia grande il cambiamento. In alcuni comuni dove questo rapporto arrivava al 40%, come Bientina e Calcinaia, e oggi si è dimezzato. Ma in nessun comune il sistema ha retto, e forse non se ne è parlato abbastanza.