Samuele tira in ballo una nostra conversazione sulla necessità di fare le primarie, soprattutto con questa legge elettorale. Ne sono convinto perché, detto brutalmente, i parlamentari rispondono a chi ce li mette. Ora ce li mettono i vertici dei partiti, spartendo i posti disponibili tra le varie fazioni interne (quando va bene) o assegnandoli a nani e ballerine di loro piacimento. In ogni caso, il parlamento è scelto da quattro gatti in modo non trasparente. Questo ha conseguenze nefaste sul funzionamento della nostra democrazia. Sono talmente evidenti che mi viene un sospetto: chi non lo capisce ha interesse a non capirlo.
Pensate all’impossibilità per il PDL di scaricare Berlusconi, quando era ormai evidente che la sua presenza fosse di ostacolo a qualsiasi tentativo di salvare l’Italia. Credete che parlamentari meno dipendenti dalla figura del capo sarebbero stati ugualmente irresponsabili?
Eppure l’assenza di legittimazione non puramente verticistica ha anche una conseguenza più subdola, perché toglie fiducia all’istituzione centrale di una democrazia rappresentativa, il parlamento. Pensate alla nascita del governo Monti; tutti a dire, giornalisti compresi, che si trattasse di una “temporanea sospensione della democrazia”. Ogni volta che lo sento mi vengono i brividi. Il parlamento non gli ha dato un’ampia fiducia? E il parlamento non è stato investito della fiducia degli elettori al momento del voto? Cosa è che non torna allora?
Il problema è che nel 2008 abbiamo scelto soltanto dei partiti, ma nessuno di noi ha dato la sua fiducia a degli individui. La rappresentanza politica funziona quando miscela saggiamente scelta partitica e scelta personale: il quadro politico può cambiare, ma se abbiamo dato fiducia a una persona possiamo sempre chiamarla e chiedergli conto delle sue scelte. Oggi chi è il vostro parlamentare? Solo poche centinaia di persone possono rispondere a questa domanda.
Credo che la debolezza del parlamento ci sia costata diversi punti di spread in questa crisi: sicuri che in questa storia i pazzi siano proprio i fautori delle primarie?
Ecco la traccia scritta del mio intervento di oggi. Naturalmente nel parlare l’ho un po’ variata.
TROPPI
E’ opinione comune che in Italia i politici siano troppi e che questo sia principalmente un un problema di costi. Sono d’accordo a metà, perché è vero che nel nostro paese ci sono troppi politici, ma la questione dei costi non è la più grave. Il problema principale è che la proliferazione di cariche di governo e sottogoverno rende la politica inefficiente, crea delle rendite di posizione per chi passa da una poltrona all’altra e rende difficile il ricambio. Nella prossima Italia la politica sarà più forte perché sarà sobria, e quando diremo ad un amico di amici che si, è vero, noi ehm, “facciamo politica” non vedremo la sua mano correre a toccarsi il portafoglio.
Gli storici ci dicono che gli anni ottanta sono stati l’epoca d’oro del sottogoverno; in quel periodo crebbe a dismisura la boscaglia di incarichi di nomina politica distribuiti secondo i criteri della lottizzazione. Un recente studio ha stimato in circa 150.000 le persone che traevano risorse economiche e finanziarie dalla politica, considerando non solo gli eletti ma anche i nominati in aziende pubbliche, Rai, USL, comunità montane, parchi nazionali e simili. Attorno a quegli anni si alzarono autorevoli voci critiche per denunciare le dimensioni del fenomeno che Giuliano Amato chiamava “pratiche spartitorie” e Alessandro Pizzorno “politica coperta”. Nonostante alcune riforme e privatizzazioni risalenti agli anni novanta abbiano tentato di ridurre questi numeri la politica italiana non è guarita dalla sua elefantiasi, e nuove poltrone sono fiorite per sostituire quelle tagliate, spesso a livello locale.
Perché ce ne dovremmo preoccupare? Una prima risposta è: perché nella democrazia rappresentativa gli eletti devono fare gli interessi dei cittadini, ma se diventa più redditizio fare gli interessi di chi ti può nominare da qualche parte il meccanismo democratico di inceppa. Lo potremmo chiamare il teorema del Porcellum, dimostrato recentemente da un illustre matematico di nome Scilipoti, i cui risultati sono stati confermati in modo indipendente dalla ricercatrice Siliquini, nominata nel cda di Poste Italiane per aver votato no alla mozione di sfiducia contro il governo Berlusconi. Una seconda risposta è che la numerosità delle poltrone permette a politici di seconda e terza fila, che magari sono stati rimossi dal loro incarico per aver data cattiva prova di sé, di sopravvivere nelle pieghe del sottogoverno conservando preziose reti di relazione e una certa influenza. Domani saranno questi a togliere il posto a dei giovani bravi ma sprovvisti di risorse.
Perché il nostro paese faccia dei passi avanti è necessario che aumenti il potere elettivo dei cittadini e la politica trovi una sua sobrietà. Come? In sei mosse.
1. Limitando il numero di parlamentari.
2. Tornando ad affidare ai cittadini un ruolo nella loro selezione, reintroducendo i collegi uninominali e adottando le primarie per la scelta dei candidati.
3. Accantonando le proposte che concedono generosi finanziamenti pubblici alle fondazioni dei partiti.
4. Estendendo il limite dei due mandati già in vigore per sindaci e presidenti di province e giunte regionali ai consiglieri regionali.
5. Istituendo un’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati, che permetta un semplice controllo sul cumulo degli incarichi e sulle incompatibilità.
6. Adottando requisiti stringenti per le nomine dei vertici delle aziende pubbliche o partecipate, e affidando il processo di formazione di una lista ristretta di candidati a società specializzate (head hunter).
A qualcuno sembrerà strano, ma anche questo è un modo di amare la politica.

La direzione del PD pisano ha approvato due ordini del giorno sulle primarie, uno per richiedere la possibilità di scelgiere i propri parlamentari con questo metodo, un altro per dire che con le primarie vogliamo scegliere anche i nostri candidati sindaci.
Insomma, il PD pisano guarda con fiducia ai suoi elettori. E’ un bel messaggio.
E’ la strategia rivoluzionaria (ma anche un po’suicida) che i nostri leaders ci stanno illustrando da tempo sui giornali.
Bersani, Bindi, D’Alema.
Questa strategia prevede tre punti:
1) Cercare un’alleanza con il Terzo polo
2) Rinunciare alla costruzione del nuovo ulivo
3) Rinunciare alla candidatura di Bersani premier
Il corollario, è la rinuncia alle primarie.
Il vero dramma è che il punto uno, al quale seguono tutti gli altri, è una chimera.
L’elettorato di Casini e quello di Fini, non accetterebbero mai un’alleanza con il PD.
Quello di Vendola, e parte del nostro, non accetterebbero un’allenza così sbilanciata a destra.
Quello di Di Pietro, neanche.
La strategia, quella del fronte di liberazione da Berlusconi, porta a due possibili risultati:
A) Si prende il 35%. Tutti insieme.
B) Si vince, perché davvero si riesce a convincere l’elettorato che “se vince Berlusconi mammamia”, e si dura due mesi.