Questa settimana vado a Bruxelles, per accompagnare alcuni studenti ad un programma di visite nelle istituzioni europee.
Strano momento per visitare la capitale del Belgio, mentre quel paese è in campagna elettorale e vede a rischio la sua stessa sopravvivenza, mentre l’Unione Europea, che qua ha la sua capitale morale, scricchiola sotto il peso della sua mancata unità politica. Come se fosse una casa già abitata ma a cui manca ancora un pilastro, nel mezzo di un terremoto.
Ed in Italia che si fa? Si taglia il bilancio strozzandogli enti locali, a cui toccherà prosciugare un welfare già boccheggiante, diminuire i servizi di trasporto pubblico, forse tagliare la sanità. Ed in cambio di tutto questo zero riforme.
Nella speranza di rassicurare i mercati, dicono.
25 aprile, sindaco leghista: “Niente Bella ciao”
Il sindaco di Mogliano, nel trevigiano, ha vietato alla banda comunale di intonare Bella ciao per la Liberazione. La colonna sonora sarà la Canzone del Piave. Proteste dell’Anpi: “Giusto che si suoni anche Bella ciao che è una canzone di tutti”
Bella Ciao forse non fa parte delle nostre tradizioni, cosi’ care alla Lega?
O non vogliamo ricordarci da cosa è che ci siamo liberati?
Alla fine il 25 Aprile diventerà come Halloween, una roba che si festeggia ma nessuno si ricorda il perché?
Noi ce lo vogliamo ricordare.
Una sera, a Ballarò, Pierluigi Bersani se ne uscì con una metafora suggestiva: il consenso è come una mela, quando cadrà dall’albero noi dovremo essere pronti a raccoglierla con un bel cestino. La mia idea è che la mela stia marcendo senza che noi abbiamo avuto un’idea su dove trovarlo quel benedetto cestino, ed il frutto che tanto desideriamo rischia di cadere, ormai marcio, sul prato verde (molto verde). Trovare il cestino e capire come scuotere l’albero sono le due sfide che il PD ha davanti nei prossimi tre anni.
Come sta la mela?
Attaccata all’albero in modo sempre più debole: come d’autunno, sugli alberi, le foglie. La fiducia in Berlusconi è calata al 44% (Marzo 2010), quella del governo è al 38%. La situazione non è così diversa da quella che attraversava il governo Prodi nel gennaio del 2008, quando a seguito del caso Mastella la fiducia nel professore calò al 42% e quella del suo governo ad un imbarazzante 31%. Sicuramente sembrano passati secoli dall’Ottobre del 2008 quando Berlusconi godeva della fiducia del 62% degli italiani ed il suo governo piaceva a più della metà dell’elettorato. Il governo paga la sua incapacità di mantenere le promesse elettorali, i suoi conflitti interni e l’impatto della crisi economica, tre macigni che sarebbero capaci di spezzare la schiena agli esecutivi di tutto il mondo. Non è vero che il consenso di Berlusconi sia immutabile, sta vacillando oggi come vacillava nel 2006. Noi in quel caso fummo capaci di coglierlo, ma il cestino, intrecciato male e a maglie troppo larghe, si rovesciò ben presto.
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Bisognerebbe smetterla di tirare numeri a caso, noi e loro. I numeri sono una cosa seria, l’attenzione ai numeri è segno di pragmatismo e precisione.
Noi e loro, uniti nella cialtroneria fanfarona, conteggiamo milioni di manifestanti ad ogni piazzetta che riempiamo. Lo facciamo fino dal tempo delle manifestazioni studentesche. Mi ricordo una delle tante che ho fatto a Pisa, una quindicina di anni fa contro chi-si-ricorda-quale taglio o riforma. Noi dicevamo di essere 15.000, e la questura che rispondeva 2.000 ci sembrava un covo di disinformatori governativi. Eppure ce lo sognamo noi, oggi, di portare 2.000 persone a manifestare in piazza Dante.
La manifestazione più grande e più bella a cui ho partecipato in vita mia è stata la protesta contro la guerra in Iraq del 15 Febbraio 2003, a Londra (o forse rimpiango la vita da studente Erasmus, ma non credo sia solo questo). 
Londra tremava al suono degli slogan “Stop the war-NOW, Stop the War-NOW”, una fiumana di persone di tutti i tipi e di tutte le età camminavano, fischiavano, si tenevano per mano. Cantavano. I lungo Tamigi erano stracolmi, non si vedeva l’inizio e la fine. Un corteo muoveva da Embankment, l’altro di Gower Street.
La BBC stimò un milione di persone, la questura 750.000.
La più grande manifestazione politica del Regno Unito.
Isn’t Italy a place of contrast? [Internet inside] « Marco Bani
Proprio ieri dal mondo politico, è venuta un’inaspettato supporto verso la candidatura di Internet a Nobel per la pace. Ancora una volta è il “compagno ” Fini, precursore di una destra postberlusconiana lungimirante e moderna. Quella che mi fa più paura perchè credibile. Il presidente della Camera rinnega (di nuovo) il suo stesso governo e irrompe prepotentemente nel vuoto lasciato dagli altri politici sulle capacità e potenzialità benefiche della Rete: “La rete merita il prossimo Nobel per la pace: sarà un Nobel dato a ciascuno di noi. L’accesso a internet deve essere considerato un vero e proprio diritto fondamentale dell’uomo: un valore per cui battersi di fronte alle censure e alle restrizioni che sempre più spesso vengono imposte alla rete”. Bellissime frasi, ma dov’era Fini quando governo o parlamentari del PDL presentavano leggi che introducevano una censura o comunque un controllo preventivo, a volte anche statale? Solo grazie alla sollevazione di molti bloggers e altri parlamentari si è evitato il peggio. Vediamo se stavolta se alle parole passeranno ai fatti, ma ne dubito fortemente, visto le passate esperienze.
Ha ragione Marco, Fini è pericoloso perché è credibile. E’ anche un politico spregiudicato e moderno, capace di adattare il suo pensiero a quello che il mercato elettorale chiede. Se Fini avesse la metà del potere mediatico di Berlusconi governerebbe l’Italia fino al 2080.
Noi però dobbiamo smetterla di elogiarlo e cominciare a mettere in evidenza i suoi limiti, che sono enormi.
Il principale è che Fini è il primo produttore nazionale di misure rassicuranti e dannose:
- è quello che con la Bossi Fini finge di regolare l’immigrazione e crea illegalità
- è quello che con la Fini Giovanardi incentiva gli spacciatori a vendere le droghe pesanti.
Non stiamo più zitti quando il barista ci dice che Fini è quello che parla meglio. Perché ammettendo che sia vero, le sue rimangono sempre parle a vanvera.
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