Cascina: qualche dato in cerca di analisi

La tornata delle comunali ha mostrato un PD in difficoltà a livello nazionale. Molte sono le sconfitte, che come da tradizione hanno pochi padri. Già dal giorno dopo si è infatti assistito al gioco dello scaricabarile, con poche lodevoli eccezioni.
A me interessa sopratutto il risultato di Cascina, il comune dove sono nato e cresciuto, che è finito in mano alla Lega. Come per tutti gli altri comuni persi, la sconfitta può essere spiegata con un mix di motivazioni nazionali e locali. A livello nazionale si pagano sia la disaffezione verso le forze di governo, fenomeno che si riscontra in molti paesi che soffrono la crisi, sia le difficoltà di uno scenario tripolare in cui il PD a guida renziana non sembra trovarsi a proprio agio. Non è un caso che i maggiori problemi del Partito Democratico si siano avuti al secondo turno, specialmente contro il M5S.
A livello locale, ogni comune fa storia a sé. Prima di cercare di capire cosa non ha funzionato a Cascina, vorrei mettere in fila qualche dato per capire se davvero la sconfitta, come suggerito da qualcuno, possa essere attribuita soltanto alla flessione nazionale.
Per avere qualche indicazione ho raccolto i dati dei comuni sopra i 15.000 abitanti di Toscana ed Emilia-Romagna che sono andati al voto nel 2011 e nel 2016. Sono 12, non molti, ma sufficienti per vedere quanto si è perso in 5 anni nel cuore della zona rossa, quella in cui la fine della geografia elettorale (per citare Diamanti) dovrebbe essee più evidente.
Nel primo grafico si vede che nel 2016 tra i votanti di questi comuni, trattati come un unico collettivo, il PD raccoglie il 31% dei consensi. Cascina è perfettamente in media, con poco più del 30%.

 

voti PD 2016

Le valutazioni si fanno però più severe guardando ai punti percentuali che si sono persi per strada in 5 anni. Cascina fa molto peggio della media (meno 4 punti circa), perdendo ben oltre 11 punti. Peggio fa soltanto Finale Emilia.

Liste PD

 

Vedere i risultati delle liste può essere fuorviante, perché è frequente che i candidati a sindaco si facciano appoggiare da liste civiche che cannibalizzano i voti del PD. Vale allora la pena vedere quanti punti percentuali siano stati persi complessivamente dai candidati a sindaco appoggiati dal Partito Democratico. Se possibile, questo accorgimento peggiora le cose rispetto alla precedente comparazione: Alessio Antonelli ha perso ben oltre venti punti percentuali, crollo che non ha eguali tra i candidati di centrosinistra nei 12 comuni considerati (con la parziale eccezione di Pavullo nel Frignano, unico caso in cui il PD non ha presentato una sua lista autonoma).candidati PD

Tutti questi grafici devono però essere letti insieme. Il PD a Cascina non fa molto peggio che negli altri grandi comuni della zona rossa. Soltanto che dilapida un capitale di consenso che era molto più alto della media. In ogni caso però, l’idea che la sconfitta abbia soltanto cause nazionali sembra non reggere alla prova dei numeri.

Non propongo grafici sull’andamento del ballottaggio, ma c’è un dato in controtendenza con il trend nazionale che rafforza l’idea di alcune specificità locali di cui tenere conto. Vari commentatori hanno fatto notare che al secondo turno il PD ha in genere perso con il M5S, che si è dimostrato capace di raccogliere i voti della destra. Non è quasi mai successo l’opposto: al ballottaggio contro i democratici, la destra non è in genere riuscita a raccogliere i voti pentastellati. A Cascina, al contrario, questo è evidentemente accaduto. Susanna Ceccardi è passata da 5486 a 8897 voti. Anche se avesse mobilitato tutti i suoi elettori del primo turno e conquistato il 100% di quelli di Michele Parrini (1509), avrebbe avuto bisogno di altri 1902 voti, che non possono che provenire dagli elettori a cinque stelle. C’è stato un fortissimo ricompattamento contro l’amministrazione uscente di cui è urgente comprendere le ragioni.

Primarie e corruzione. Qualche riflessione.

Dopo lo scandalo di Roma, che ha rivelato come anche il PD sia permeato dalla corruzione, alcuni amici si sono messi a discutere su Facebook  del ruolo che possono avere le primarie nel favorire gli scambi occulti. Subito si sono formate due correnti. Da una parte quella per cui le primarie richiedono tanti soldi e tanti voti, e quindi incentivano la corruzione. Dall’altra quella di chi sostiene che non c’è nessun nesso, e che piuttosto che gli scambi corrotti durante le primarie siano solo una conseguenza del marciume che esiste in tutto il paese.

Chiunque abia un po’ di familiarità con le scienze sociali sa che “provare” un legame di causa-effetto tra due fenomeni è impresa molto ardua, perché non si possono fare veri e propri esperimenti. Una volta che però si disponga di una teoria credibile che colleghi due fenomeni,  ci sono vari metodi per provare a girare intorno a questo ostacolo.

A metà dell’ottocento John Stuart Mill indicò tre metodi per ipotizzare una connessione causale tra due fenomeni. Il metodo della concordanza, il metodo delle differenze e il metodo della variazione concomitante. Applicandoli al nostro problema, suonano così:

  1. Se partiti diversissimi tra loro hanno in comune solo il fatto di fare le primarie e di avere un alto livello di corruzione, allora possiamo pensare che le primarie siano causa della corruzione (metodo della concordanza)
  2. Se consideriamo partiti molto simili tra loro e dimostriamo che sono corrotti soltanto quelli che fanno le primarie, siamo autorizzati a pensare che le primarie siano la causa della corruzione (metodo dellle differenze)
  3. Se l’adozione delle primarie e la diffusione della corruzione si verificano molto spesso insieme, allora o sono legate da un rapporto di causa effetto oppure sono entrambe causate da un terzo fattore comune (metodo della variazioni concomitante)

Purtroppo non basta che una di queste condizioni sia verificata per essere certi che esista un nesso causale. Diciamo che la loro veridicità è una condizione necessaria ma non sufficiente.

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Riformare il bicameralismo – 3

Scusate il ritardo, ma la crisi di governo mi ha lasciato attonito. Oggi però il Presidente del Consiglio incaricato ha annunciato che il governo si occuperà di una riforma al mese, e quelle costituzionali andranno fatte entro Febbraio (noto con dispiacere che il 2014 non è neanche bisestile). Via, bando alle ciance, bisogna fare. Abbiamo 10 giorni.

Tipi di bicameralismo ed effetti

Conferire poteri alla seconda camera implica dargli un’influenza sulle politiche, la cui rilevanza dipende da due fattori:

  1. i poteri della camera
  2. la sua eterogeneità rispetto alla prima.

Queste due dimensioni creano quattro tipi di bicameralismo, che vedete in tabella (adattata da uno dei più diffusi manuali di scienza politica)

Tabella 1. Modelli di bicameralismo

Poteri simmetrici Poteri asimmetrici
Base rappresentativa diversa Bicameralismo forte Bicameralismo debole
Base rappresentativa uguale Bicameralismo ridondante Bicameralismo a base funzionale

L’influenza della seconda camera sarà massima se ha un potere di veto e minima se si limita a un potere consultivo. Una situazione intermedia è quella delle seconde camere dotate di potere di veto (o di emendamento) superabile con un secondo voto della prima camera; il secondo voto può essere a maggioranza semplice o qualificata.

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Riflessioni, non allineate, sulla legge elettorale

 Un po’ di pensieri alla fine di una lunga giornata.

Renzi ha impresso alla discussione sulla legge elettorale un’indubbia accelerazione, di cui c’era bisogno. Capisco che gli esponenti dei partiti molto piccoli o semplicemente poco interessati a governare prediligessero il sistema proporzionale puro uscito dalla sentenza della Corte Costituzionale, ma sono tra quelli che ancora pensano che in Italia si debba favorire un sistema maggioritario. Troppo forti le pulsioni identitarie e troppo bassa l’attitudine alla cooperazione per permettersi un sistema che si limiti a fotografare le forze in campo. Anche sull’accordo con Berlusconi ho trovato pretestuose molte polemiche, e penserei lo stesso anche se ignorassi che vengono in massima parte da chi con il solito giochino si è sottratto a ogni responsabilità come il Movimento 5 Stelle (non bisognava tornare al Mattarella?), e da chi ha lavorato fin dall’inizio per fare un governo di larghe intese con il PDL (com’è che ci si può fare un governo ma non discutere le regole del gioco?). Anche le liste bloccate, se così corte, non sono certo uno scandalo o un’anomalia nel panorama internazionale.

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Perché voto Stefano Landucci

Per la prima volta potrò votare il mio amico Stefano Landucci al consiglio comunale di Pisa, e ne sono felice.

Non lo voto perché è un amico però, ma per una ragione che, dovete avere un po’ di pazienza, scoprirete solo alla fine. Perché prima vi devo raccontare una storia.

Eravamo nel 2011, sotto il governo Berlusconi e nel mezzo della crisi, e Stefano era uno dei pochissimi nel nostro partito ad aver capito in pieno la portata dei referendum, in particolare quello per l’acqua pubblica, e la voglia di radicalità che i movimenti esprimevano. Quando 27 milioni di italiani espressero in modo chiarissimo il loro voto per l’acqua pubblica, Stefano chiese che la loro volontà fosse rispettata. Su questo tema è entrato in conflitto con il partito locale e con lo stesso sindaco, e ha fatto una cosa rivoluzionaria: l’ha detto apertamente, spiegando le sue ragioni, approfondendo la questione, organizzando un incontro tra i movimenti per l’acqua e i dirigenti de PD, tenendo una porta aperta tra il partito e i tanti elettori che si erano impegnati su quel tema.  Avrebbe potuto stare zitto, adeguarsi, avrebbe avuto meno grattacapi. Invece ha fatto politica a viso aperto, senza giochini, come dice lui.

E oggi? Oggi Enrico Rossi lancia l’azionariato popolare, Marco Filippeschi parla di un maggiore controllo pubblico nella gestione del servizio idrico, Fabrizio Barca disegna un partito che ascolta chi ne sta fuori e non si schiaccia sull’amministrazione. Stefano l’aveva visto prima e se sarà eletto non mollerà l’osso: è per questo che lo voto. Perché crede nel PD che mi piacerebbe costruire. Coraggioso, disinteressato, un po’ anticonformista, come lui.