Cambio di vocale

Oggi c’è un bel reportage sulla Stampa, a firma Domenico Quirico. Siamo in Crimea dove, tra l’entusiasmo della folla filo-russa, una persona piange. Si chiama Volodimir, “mi raccomando Volodimir: in ucraino. Non Vladimir».
Mi ha fatto ricordare una scena che ho vissuto nel 2006, sull’aereo che mi riportava da Kiev a Fiumicino. Avevo un posto al finestrino, gli altri due erano liberi. All’ultimo, accanto a me si misero a sedere una ragazza ucraina e il suo piccolissimo bambino. Oltre che molto bella, me la ricordo piuttosto bene, la mia vicina era davvero simpatica; cominciammo a parlare, mi raccontò che aveva sposato un commerciante italiano, ma tornava spesso a casa per vedere i suoi genitori. E anche per vedere la sua terra, che le mancava. Poi mi chiese cosa avevo visto nel mio soggiorno. Le dissi che eravamo stati a Kiev, certo un po’ grigia, e la bellissima Leopoli. Ma per fare quello bravo, non dissi Leopoli. No, dissi “Lviv”.
In un attimo, il suo sorriso si rovesciò in un’espressione severa: “Lvov”, mi corresse. Poi si girò verso suo figlio.
La nostra interessante conversazione, più o meno, morì lì.

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