Cacciavite o martello?

Non condivido l’ottimismo di Prodi per il semipresidenzialismo, o quanto meno sono molto sospettoso verso chi ritiene che basti copiare il modello istituzionale francese per ritrovaci con i pregi di quel sistema politico. L’istituzione del Presidente della Repubblica è l’unica a godere ancora, pur in un momento difficilissimo, della fiducia degli italiani. Non così il parlamento, non così i partiti. C’è una ragione per questo, che secondo me va ricondotta a due dei problemi più gravi della nostra democrazia.

Secondo una acuta  riflessione di Giuseppe Di Palma, che scriveva alla fine degli anni settanta, il sistema politico italiano era privo di due prerequisiti  fondamentali per essere in grado di assicurare il buon governo: la fiducia reciproca tra maggioranza ed opposizione e l’accordo sulle regole di funzionamento del sistema. Sono mali che ancora ci riguardano: in teoria con l’avvento dell’alternanza si è cercato di costruire un sistema di ispirazione maggioritaria, dove il governo ha la forza di prendere le decisioni e l’opposizione ha tutti i canali necessari per svolgere la sua opera di controllo. Ma questo principio è stato contestato in entrambe le sue parti, a turno. C’è chi ritiene illegittimo che il governo si rafforzi per svolgere il suo ruolo di guida (e magari grida al golpe quando si parla di rafforzamento del potere di agenda dei governi), c’è chi si vuole sottrarre al controllo (guardate quante volte Berlusconi, da presidente del Consiglio, si è presentato a un question time).

A questa mancanza di consenso sulle regole del gioco si aggiunge la sfiducia degli cittadini verso i partiti, e soprattutto tra i partiti stessi, problema su cui non è necessario spendere molte parole perché è piuttosto evidente.

In questa situazione ci penserei molto bene prima di cancellare l’unica figura che ha svolto con successo il ruolo di garante delle regole, probabilmente proprio perché isolato dal circuito elettorale e quindi più strettamente partitico. Non a caso, le tensioni che hanno reso difficilissimo scegliere un Presidente della Repubblica, che certamente hanno a che fare anche con la fase politica, sono state acuite proprio dalla straordinaria coincidenza tra elezioni politiche e scadenza del mandato di Napolitano. Data la nostra cultura politica frammentata, la sfiducia nei partiti, la tendenza ad esasperare i conflitti e l’allergia verso le mediazioni non mi vorrei privare di un arbitro non partigiano. Qualcuno potrebbe pensare che un percorso condiviso crei finalmente quel consenso che fino ad ora non c’è stato. Ma siamo sicuri che le forze oggi al governo siano legittimate ad intraprendere un percorso così impegnativo?

Usando il cacciavite, come va di moda dire oggi, si possono fare riforme molto incisive rimanendo nella famiglia dei sistemi parlamentari, sviluppando quanto di buono è cresciuto dagli anni novanta ad oggi e correggendo le storture. Parliamone.

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