Berlusconi: un bilancio generazionale/2

Qualche mese fa il consiglio provinciale doveva discutere una mozione presentata dall’opposizione, su un tema di quelli che discutiamo di solito senza averne alcuna competenza: cose come la pace del mondo, il ruolo delle Nazioni Unite, le radici cristiane dell’Europa e simili. Stranamente, in effetti accade davvero di rado, la mozione era scritta bene e diceva cose condivisibili. Alla riunione del gruppo del PD, la domanda, come avrebbe detto Lubrano, sorge spontanea: che facciamo? Si alza un consigliere particolarmente influente e argomenta: “troviamo una ragione qualsiasi, ma non possiamo mica votare con quelli!”.

Un salto indietro di quasi dieci anni e mi ritrovo a Londra, in pieno Erasmus. Sprofondato sul divano della mia casetta, un po’ per interesse e un po’ per migliorare l’inglese, guardavo il talk show serale della BBC. Sedevano accanto due deputati inglesi, una laburista e un conservatore, e parlavano di una questione all’epoca molto spinosa. Mi pare riguardasse l’innalzamento delle tasse universitarie, non ricordo, ma anche stavolta non ha molta importanza. I due deputati, un uomo e una donna, avevano idee opposte ma le esponevano civilmente, trattandosi con cortesia, senza urlare e interrompersi. In un lampo, a ventidue anni, capii che la civiltà non era questione di mera forma ma soprattutto di sostanza. La sostanza con la quale si costruisce una buona democrazia.

Ora, un ventennio berlusconiano dovrebbe averci insegnato tante cose. Per contrasto, intendo dire: l’importanza dell’etica in politica, il valore dei servizi pubblici, il ruolo del conflitto di interesse (scusate un inciso. C’è ancora qualche professorino che dice che la questione è secondaria “perché Berlusconi, pur controllando i media, a volte ha vinto e a volte ha perso le elezioni”. Come dire che corrompere gli arbitri non conta, perché “pur influenzando le designazioni la Juventus a volte ha vinto e a volte a perso” il campionato). Tutto importante, anzi fondamentale. Ma in un bilancio personale, fatto così a caldo, non posso che partire da quello che mi pare l’aspetto peggiore del nostro modo di far politica, venuto su forse un po’ per reazione, certo, ma non per questo meno grave: la faziosità.

La faziosità non è questione di toni, non è una pecca stilistica. Non è neanche una disposizione dell’anima. È esagerato attaccamento alla propria parte che nasce dalla viscerale avversione verso la parte opposta. Se la classe dirigente di un partito è animata da questo spirito, questo non sottrarrà mai consenso ai suoi avversari, ma potrà soltanto contare sulla mobilitazione del proprio elettorato. Per mobilitarlo, aumenterà ancora il livello di faziosità. Se il sistema partitico intero è contagiato da questa malattia, si crea un sistema dove il consenso è bloccato, il contrario di quel che serve a una democrazia matura. “La negazione dei prerequisiti necessari a una sana deliberazione”, direbbero forse quelli seri aggiustandosi severi e compiaciuti gli occhialini da studiosi.

Ma forse è tutto più semplice. Giudichiamo le proposte sulla base del loro contenuto, a prescindere da chi le dice. In questi anni molti di noi, io sono il primo, hanno osteggiato alcune riforme perché le voleva il nemico. E così non siamo stati in gradi di realizzare nemmeno le cose su cui in fondo eravamo d’accordo. Il governo Monti nasce proprio con questa missione, adottare alcuni provvedimenti condivisi e necessari che una politica meno faziosa sarebbe riuscita a fare in modo consensuale. Con Berlusconi era oggettivamente difficile, ma in futuro non avremo più alibi a meno di non volerceli inventare. Non abbiate paura, non è la fine della politica. È l’inizio.

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