Berlusconi: un bilancio generazionale/1

Mercoledì 26 Gennaio del 1994 fu il giorno del mio quattordicesimo compleanno. A vederla con gli occhi di allora, pensavo che avrei ricordato quella data come una tappa fondamentale per la conquista della mia libertà. All’epoca, il meraviglioso ideale si identificava con la possibilità di guidare un vecchio Ciao blu scuro che nei giorni precedenti era stato oggetto proibito dei miei sguardi trepidanti. Scoccata l’ora fatale inforcai la mia splendida cavalcatura per fare il primo giro ufficiale(a dire il vero qualche giorno prima, sfruttando l’assenza dei miei, avevo già fatto di nascosto il giro dell’isolato); attraversai il mio piccolo paese per mettermi al riparo di sguardi indiscreti, poi imboccai una strada sterrata coperta da un infido ghiaino bianco. Alla prima frenata scivolai di traverso e mi trovai steso a terra. Ammaccato nell’orgoglio più che nel corpo, tornai a casa pensando di aver vissuto una giornata che non mi sarei dimenticato. Non avevo ancora visto niente.

Quella stessa sera, un ricco imprenditore milanese, presidente di una grande squadra di calcio per cui molti miei amici facevano il tifo, annunciò la sua discesa nel campo della politica con un video che sarebbe entrato nella storia: “L’Italia è il paese che amo…”. Sono passati quasi diciotto anni, in cui quell’uomo ha dominato in lungo e in largo la vita politica di questo paese, governando per circa metà del tempo ma diventando la stella polare attorno a cui tutto si è mosso.

Mi ci vorrebbe un libro per spiegare in dettaglio cosa pensi della sua esperienza di governo, e quale sia la mia idea sull’impatto che Berlusconi ha avuto sul nostro paese. In estrema sintesi, condivido il giudizio dell’Economist (quando ha titolato “L’uomo che ha fottuto un intero paese”) e sappiate che Sabato sera, quando si è dimesso, mi sono abbandonato a copiose libagioni pensando con Alceo che “νῦν χρῆ μεθύσθην”.

La sensazione più amara è che questi diciotto anni, quelli della nostra giovinezza, siano stati inutili per il paese; buttati via. Non solo per colpa di Berlusconi, certo, ma principalmente per sua responsabilità. La crescita si è fermata, il mercato del lavoro si è diviso in caste, i costi della politica sono impazziti, la corruzione è tornata galoppante, la concorrenza non è arrivata, l’informazione è diventata meno indipendente e più faziosa, le donne sono rimase escluse dal mercato del lavoro, gli immigrati sono trattati come carne da lavoro, dei giovani meglio non parlare. Per concludere questa breve lista, non si pagano meno tasse e la giustizia non è diventata né più giusta né più veloce. Come nel 1994 domina la sensazione che sia necessario ripartire da capo, ma oggi non abbiamo più quattordici anni. Abbiamo qualche ruga e i primi capelli bianchi. Siamo adulti, e dobbiamo dimostrarlo. Quando eravamo bambini ci dicevano che sbagliando si impara qualcosa, e questi 18 anni sono stati un miniera inesauribile di errori da analizzare. Gli errori di cui dobbiamo fare tesoro sono i nostri, quelli dei cittadini di destra e di sinistra. Quelli di destra hanno dato fiducia ad un uomo della provvidenza pensando che potesse risolvere tutti i problemi: una persona che entrava in politica con terribili conflitti di interesse che sono stati ottusamente negati o minimizzati ma che, come sostiene Le Monde, hanno invece frenato tutte le possibilità di uscire dall’immobilismo. Il mirabile Massimo Gramellini ha sintetizzato così una ragione per cui molti si sono fidati di Berlusconi:

Entrai nella fase dell’apostolato attivo: volevo convincere il mio prossimo che B non era un liberale ma un monopolista, e che non gli importava niente dell’Italia ma solo dei fatti suoi. Mi arresi durante un trasloco, quando un operaio mi abbordò preoccupato: «Dottò, lei che mastica di politica, ma è vero che B pensa di vendere le sue televisioni?». «Ne dubito, ma lo spero. Diventeremmo un Paese normale, non crede?». «Io, se vende le tv, non lo voto più». «Come dice, scusi?» ululai. «Non lo voto più. Finché ha le tv è ricco e non ruba». «Ma così farà sempre e solo gli affari suoi!». «Ma facendo i suoi, sarà costretto a fare un po’ anche i miei. Se invece vende le tv, diventa un politico come tutti gli altri». Mi arresi. La sinistra doveva smettere di sostenere che l’italiano medio era vittima di Berlusconi. L’italiano medio era solo un Berlusconi più povero.”

Secondo me l’operaio di cui racconta Gramellini è davvero una vittima di Berlusconi, perché ha creduto alla bugia per la quale essendo ricco di suo non avrebbe avuto bisogno di difendere i suoi interessi. È avvenuto, come era naturale, il contrario. In fondo l’operaio berlusconiano è stato vittima della sua scarsa cultura politica.

Ma noi di sinistra cosa abbiamo sbagliato, cosa possiamo imparare dal ventennio Berlusconiano? [continua…]

2 pensieri su “Berlusconi: un bilancio generazionale/1”

  1. E’ bellissimo (anche se non si apre tutto).
    Io avevo 24 anni. Ora ne ho 41.
    A me Berlusconi ha cambiato la vita: la botta della sconfitta elettorale subita da “i Progressisti” (ricordate?) per mano di Bossi, Fini, Casini, ammucchiati dall’uomo più ricco e spregiudicato d’Italia mi spinse a militare.
    E ancora milito, perché il traguardo è ancora lontano.

  2. dopo le parole “fu il giorno del mio quattordicesimo compleanno” sono quasi sprofondato. Il mio sarebbe stato solo pochi mesi dopo. Un bilancio che fingevo di non fare, fino a 5 minuti fa, ma che in verità covavo da anni.
    Non ci riesco, è spaventoso fermarsi anche solo un istante per guardare in dietro. E’ troppo profondo l’abisso.
    Bellissimo articolo. Attendo la risposta alla domanda finale.Ce ne sarebbero tante, di risposte possibili.
    Seguo con un misto di angoscia,liberazione e un mal di stomaco, purtroppo, che è ancora difficile curare.

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