Migranti economici

Il primo sole della mattina scalfiva appena il gelo dell’aria di New York, quella mattina che la Prinzess Irene si avvicinò finalmente allo scoglio di Ellis Island. Era il 18 dicembre del 1913. L’Europa stava per andare in fiamme, ma l’unica cosa che bruciava, per quei ragazzi della terza classe, era la fame. Erano passati 12 giorni da quando si erano lasciati alle spalle il porto di Napoli, e i grossi pani che avevano allora infilato nei loro sacchi erano finiti da un pezzo.

Gesualdo strinse forte la balaustra del ponte, inspirò forte quell’aria che sapeva di carbone e salmastro e chiuse gli occhi. Michele, in piedi accanto a lui, gli mise una mano sulla spalla. Erano i vecchi del gruppo, trent’anni suonati, e si sentivano un po’ responsabili per i due giovani compaesani che avevano viaggiato con loro. Francesco e Domenico avevano su per giù vent’anni, e il sorriso senza pensieri di chi non ha dovuto lasciare moglie e figli a migliaia di chilometri di distanza. Sarebbero sbarcati da lì a poco, finalmente, insieme alle altre duemila persone che avevano affollato con loro la pancia del piroscafo. Ai controlli avrebbero fatto vedere i loro fogli. Il suo diceva così:

Nome: Gesualdo Russo

Gruppo etnico: italiano del sud.

Luogo di provenienza: Sassano,  provincia di Salerno.

Destinazione: Jersey City.

Lì avrebbero ritrovato tanti paesani partiti negli anni precedenti. Qualche anno di duro lavoro in quella terra straniera e, forse, sarebbero potuti tornare a casa con i soldi necessari per dare futuro meno misero alle loro famiglie.

La prima repubblica è dentro di noi

Vi vedo, lì dietro i vostri schermi, che bofonchiate: “siamo tornati alla prima repubblica”. E tutto per il governo Gentiloni? Ci sono segni ben più evidenti, cari miei. La prima repubblica è quella chiave che pensavate di avere perso e invece se n’è stata sempre lì con voi, tutto questo tempo. Nella tasca interna del vostro cappotto. Pronta a risaltare fuori appena si impone il cambio di stagione. Perché in realtà, evocando la prima repubblica, pensate a quella antica sapienza che sapeva mettere in scena contrasti ideologici insanabili, questioni di principio, lotte al calor bianco, che si smussavano poi in compromessi barocchi. Questa arte è parte della nostra cultura, unisce giovani e vecchi, destra e sinistra. Proprio oggi ne ho avuto una conferma strabiliante.

Riunione di un dei tanti organi dell’università, composto da docenti e studenti. All’ordine del giorno la composizione di una delle tante commissioni, in cui hanno diritto a sedersi due studenti. Ora, due è un numero bastardo. Quali scegliere? I rappresentanti sono divisi in due liste, una di maggioranza, l’altra di minoranza. La lista di maggioranza, sinistra dura, li vuole entrambi. La lista di opposizione rivendica un posto. Si scannano davanti ai nostri occhi, in punta di sofismo. La rappresentanza, la volontà popolare, il mandato elettorale, il consenso personale, il diritto di tribuna. I cellulari sfrigolano, immagino war rooms delle due liste che consigliano strategie argomentative. Disputa insanabile, nessuno può cedere. Poi uno stimato docente prende la parola, ed il suo intervento rischia di far pendere la bilancia per una rappresentanza partietica. Il presidente, divertito ma un po’stanco, dichiara che si metterà ai voti la questione. E qui la chiave perduta dal nonno, meravigliosamente, salta fuori nel cappotto del nipote. “Sentite”, propone uno della maggioranza: “tanto io fra poco mi laureo. Facciamo che noi ne prendiamo due, e quando mi dimetto subentra uno dell’altra lista”.

Sobbalzo sulla sedia, e incrocio lo sguardo di un collega che, si vede, ha avuto lo stesso mio pensiero. Il patto della staffetta tra Craxi e De Mita, metà degli anni ottanta, piena epoca del pentapartito. Il rappresentante della minoranza accetta. Forse, penso, quel capitolo di storia l’ha saltato.

Al referendum farò la scelta meno pericolosa

Voterò sì. Pur riconoscendo che entrambi gli schieramenti abbiano delle buone ragioni, sono convinto che questa riforma ci consegnerebbe un sistema istituzionale meno difettoso e soprattutto meno pericoloso di quello che abbiamo oggi.

Per affrontare il merito del referendum nel dettaglio non basterebbe un libro, è quindi illusorio tentare di farlo in una breve riflessione. Mi limito a riassumere la ragione fondamentale della mia decisione, spigando perché alcune delle ragioni avanzate dagli esponenti della campagna del No non mi paiono decisive.

Continua a leggere Al referendum farò la scelta meno pericolosa

Tsebelis sulla riforma costituzionale: un riassunto vergato con l’accetta

George Tsebelis, l’autore della celebre teoria dei veto players, ha scritto un saggio sulla riforma del bicameralismo italiano, pubblicato sulla Rivista Italiana di Scienza Politica. Il saggio è in inglese e un po’ ostico per i non addetti ai lavori, ma data la sua rilevanza mi pare opportuno farne un riassunto non tecnico. L’originale si trova qui.
Per la teoria dei veto players il funzionamento di un sistema istituzionale è molto legato al numero degli attori dotati del potere di bloccare l’adozione di una proposta del governo (che in tutte le democrazie contemporanee è l’ispiratore della maggior parte delle proposte di legge, ndr). Il numero dei veto players dipende da quanti sono i partiti rilevanti, e dalle regole che disciplinano i processi decisionali. Nell’attuale sistema italiano il Senato ha poteri di veto su tutte le politiche (e sulla nascita del governo, ndr). Se approvata, la riforma ridurrebbe i poteri del Senato sulla maggior parte delle materie, mantenendo però il bicameralismo simmetrico sulle questioni costituzionali. Questo aspetto, per Tsebelis contraddittorio (un compromesso astorico), causerebbe un aumento della rigidità della Costituzione italiana e non tiene conto dell’esperienza di altri paesi. Continua a leggere Tsebelis sulla riforma costituzionale: un riassunto vergato con l’accetta

Qualche riflessione sulla Brexit

Proprio ieri, scrivendo che con il mio cuore tifava Remain, ammettevo che la mia ragione fosse invece combattuta. Condivido molte delle preoccupazioni avanzate dall’Economist, la Brexit farà male alla Gran Bretagna e rischia di far esplodere le contraddizioni dell’integrazione europea.
Secondo me da questa crisi si uscirà soltanto in due modi, molto diversi: con il compimento dell’integrazione politica oppure con la dissoluzione dell’UE. Anni di collaborazione alle ricerche sulle élite politiche nazionali coordinate dal team di politologi dell’Università di Siena mi hanno fatto maturare la convinzione che oltremanica si sarebbero sempre opposti a un’integrazione politica più piena. Questo naturalmente può essere visto come un bene o come un male, a seconda delle preferenze di ognuno. Ma comunque la si pensi, la scelta per certi versi tragica degli elettori britannici apre un’opportunità.
Il grafico che riporto qua sotto viene da un sondaggio condotto nel lontano 2009 (prima della crisi quindi) sui parlamentari nazionali di vari stati membri. I risultati di quella ricerca sono stati pubblicati ormai su molti libri e saggi, tra cui questo che ho scritto con Maurizio Cotta. A seconda di molteplici domande rivolte a ogni intervistato, individuammo quattro “tipi” di parlamentare: gli Euro-entusiasti, gli Europeisti moderati, gli Euro-opportunisti e gli Euro-scettici. Nel grafico riporto la percentuale di Euro-scettici per paese. Non vi pare che ci sia un paese che si distacca un po’ troppo dagli altri?

brexit

P.S. Ricerche più recenti segnalano che anche l’Ungheria si è spostata molto verso l’estremo Euro-scettico in questi ultimi anni.